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“Ah, se ci fosse Durnwalder!”

Il Trentino tra folklore e rinuncia.

Archiviati i convegni sull’aggregazione del centro del centro-sinistra e sul mito delle margherite trentine da esportazione, il dibattito torna ai vuoti politici della nostra marca di confine. A settembre alla stessa maniera d’agosto, con giunte da rifare (in Regione), da allargare o da azzerare (in Provincia). L’unico elemento unificante sembra, per tutti, quello di considerare impossibile continuare così come si è fatto negli ultimi due, sei, dieci anni. Vuoti della politica che in molti, com’è nell’ordine naturale delle cose, si affannano a riempire.

Della spavalda esibizione di potere espressa in questi mesi dai poteri economici delle nostre valli, è già stato scritto. Una pressione ricattatoria che non si esaurisce peraltro nelle iniziative della Società Folgarida-Marilleva, ma si estende ormai a tutte le aree di intasato sviluppo dell’economia trentina.

Degli altri modi, con cui il Trentino vive il deperire della sua politica, si è parlato più in termini di folklore che d’analisi politica.

Eppure i sintomi segnalano decadimenti senza precedenti in questa nostra terra, che aveva attribuito a se medesima il simbolo degli orgogliosi e composti aquilotti alpini.

Con decisione infausta il presidente Dellai, ha rilanciato inopinatamente il completamento della Val d’Astico. Invitato con i suoi assessori a Besenello per una manifestazione a contrario, latita. Così, in segno di scherno, non si trova di meglio che far sfilare per le strade del borgo asinelli Lorenzo e caprette Sergio e Silvano. La giunta è stata ridicolizzata con tecniche da carnevale di Viareggio in pieno ferragosto. Ma a chi giova un siffatto sfregio, che troverà sempre ben più spregiudicati protagonisti dei pacifici oppositori di Besenello? L’episodio ha fatto ridere gli oppositori ed arrabbiare il presidente. Tutto qui?

Il fatto è che nell’azione dell’insieme delle forze di governo non c’è una bussola, non c’è una stella polare. Dietro il no alla Val Jumela stava un progetto di riordino del turismo trentino. Si è abbandona la valle e il progetto, presentando il tutto come mediazione politica per portare avanti il progetto sui trasporti. Ma subito dopo si è ripreso a parlare di PiRuBi e aeroporto.

In questo vuoto il Consiglio provinciale di Trento non legifera, la giunta annuncia, ma non delibera. Il mito del decisionismo sudtirolese incarnato dal debordante presidente Durnwalder, sfonda la chiusa di Salorno e sembra impazzare per le valli trentine. Altarini nei bar del Pinetano, cartelli inneggianti in Val Lagarina, incontri gastronomici promossi dagli istituti di credito del Trentino meridionale.

Non è l’ultimo sussulto di nostalgie asburgiche, mai completamente esaurite. No, è l’avvisaglia di una mediocre, modernissima voglia di rinunciare ai propri doveri civili qua, pensando che a risolvere i nostri problemi possa venire quello da là. Altro che dignità d’aquilotti, riaffiora qui, in piena terra alpina, l’antica voglia di servaggio, un tempo attribuita alle genti italiche.

Questo ovviamente a prescindere dalle sacrosante posizioni di Durnwalder nel merito delle autostrade che si vorrebbero fare in Alto Adige e nel Trentino, ma - occorre dirlo - anche dalla democrazia bloccata che spesso si vive nella vicina provincia, e dai modelli di sviluppo economico, a massicce dosi di condizionamento pubblico, che ne sono le premesse.

Anche in questo caso solo folklore? Magnago non avrebbe mai voluto contaminarsi con "performance" in terra trentina, ma a nessun trentino sarebbe mai passato per la testa di indicarlo come possibile leader di una terra che non era la sua. Sono solo sintomi, ma sintomi di una malattia della politica, della nostra politica.

Se continuerà il vuoto dei progetti e il pieno delle formule, ci ritroveremo a celebrare in piazza Duomo il prossimo 18 agosto, come si usa in tante parti del Tirolo, il genetliaco dell’imperatore Francesco Giuseppe. Dicendo, anche in questo caso, che in fin dei conti è solo folklore.