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Il popolo dello spettacolo

Finzione, simulazione, capacità di proporre la realtà in modo deformato: talenti prettamente italici, enfatizzati in alcuni grandi solisti della scena politica.

In un immaginario governo federale dell’Unione Europea nessuno potrebbe contendere all’Italia il ministero dello spettacolo. Lo spettacolo è infatti indissolubilmente intrecciato con il nostro genio nazionale. Non penso tanto al teatro dei pupi siciliano o alla commedia dell’arte di Arlecchino e Pulcinella, né alla stagione del melodramma, poiché manifestazioni analoghe a queste le troviamo anche nella storia di altri popoli europei. In questi casi si tratta di spettacolo veri e proprio e quindi la rappresentazione di storie inventate e di pura fantasia è appropriata al genere. Penso piuttosto all’attitudine a ricorrere alla simulazione, alla sopraffina abilità di fingere, al talento spiccato di proporre la realtà in modo deformato. Attitudine, abilità e talento connaturati nella nostra indole nazionale e che ai nostri tempi sono ancor più potenziati dall’efficacia enfatizzante dei mezzi di comunicazione di massa.

Pensate a quel povero professor Marsiglia di Verona, ebreo convertito al cristianesimo, che per tirarsi fuori da una situazione di modesto disagio ha inventato un’aggressione razzista inesistente. O a quello sprovveduto industrialotto di Mondovì, il Lorenzi, che nel disperato e illusorio tentativo di sfuggire al dissesto economico ha lasciato trepidare tutti noi con i suoi famigliari per un sequestro mai avvenuto. O a quel procuratore della Repubblica Ormanni ed al suo ispiratore don Fortunato di Noto, forse due infelici sessuofobi, che hanno montato un orripilante scenario per farci inorridire alla improbabile scoperta di essere assediati da turbe di pedofili con protezioni politiche.

Tre spettacoli che abbiamo vissuto in queste ultime settimane come drammi nazionali, basati su niente o su ben poco di reale.

Al gusto delle sceneggiate dei protagonisti fa riscontro naturalmente una facile credulità popolare: sono le due componenti speculari del fenomeno. Non a caso fu l’istrionismo del cavalier Benito Mussolini che negli anni ‘20 ne favorì lo strepitoso successo. Ed oggi è l’abilità fabulatoria del cavalier Silvio Berlusconi che suggestiona attraverso la televisione, questo potente strumento di spettacolo dei nostri tempi, larghi comparti della pubblica opinione.

Sono ancora nient’altro che spettacolo le dispute attorno al federalismo o alla riforma dei cicli scolastici o alla immigrazione extracomunitaria, perché esse si svolgono non sui problemi reali evocati da queste parole, ma su una loro riproduzione simulata e distorta. La riforma della Repubblica non è un progetto che si possa attuare con una legge e nemmeno con uno o più referendum regionali: non può essere che un processo graduale che si articola in una pluralità di decisioni successive e coordinate volte a sperimentare il nuovo avendo cura di non far franare l’esistente.

La riforma dei cicli scolastici non è altro che l’adeguamento della nostra scuola ai modelli già operanti in altri Stati europei: se ne discute da alcuni anni ed è già prevista da una legge approvata dal Parlamento.

L’immigrazione extracomunitaria fa sorgere sicuramente problemi, ma è un evento inevitabile ed il suo controllo deve fare i conti con irrinunciabili valori di civiltà e con obiettive difficoltà pratiche.

Ma il confronto non avviene con riguardo ai complessi contenuti dei vari problemi. Esso si sviluppa per gesti, cioè con atti simbolici o parole clamorose, appunto spettacolari (Il governo o il tal ministro si deve dimettere! Quando avremo vinto, quella legge la cancelleremo!); con i referendum regionali consultivi sul federalismo assolutamente improduttivi di effetti concreti; con la indecente manifestazione contro la moschea di Lodi.

Non mancano, in questo universo dello spettacolo, gli istrioni ed i guitti, i comprimari e le comparse, le macchiette e i buffoni. Non mancano soprattutto le prime donne, magari di diverso sesso, ma con la medesima prosopopea: i solisti.

Il modello inimitabile resta Gabriele D’Annunzio. Gli epigoni odierni sono più numerosi, ma con meno carisma: l’inflazione non perdona. Francesco Cossiga e Marco Pannella, pur con qualche antico blasone, vocalizzano con stecche sempre più frequenti. Fazio, non avendo più la lira da governare, riemerge di quando in quando come una sibilla carsica del malaugurio. Umberto Bossi, solista ma non solitario, è incontenibile nei suoi recitativi sgangherati. Antonio Di Pietro è caparbiamente deciso a voler mettere a frutto in proprio il suo marchio brevettato, che però forse, esibito da solo, è ormai fuori moda. Sergio D’Antoni, l’ultima apparizione, volteggia per ora in un limbo astrale, un po’ megalomane ed un po’ micragnoso gestore di un presunto seguito dal sindacalismo cattolico, supremo monumento dell’ambiguità.

Da noi - e lo scrivo con molto ritegno - Vincenzo Passerini, che con le sue tante interviste spreca le sue buone intenzioni al servizio di un lavoro soltanto personale.

Se deve essere spettacolo, lo sia, ma almeno armonizziamo le differenti voci del centro-sinistra. In una grande orchestra sinfonica vi sono strumenti numerosi ed anche molto diversi, ciascuno con il proprio timbro ed il proprio ruolo. Vi è in essa tempo e spazio anche per i solisti, ma solo quando lo esiga la partitura. Quante prove dovremo ancora farlo per impararlo?

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