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Quo vadis?

Dopo la Jugoslavia: come ricostruire il diritto internazionale?

Dove sta andando il diritto internazionale? Circa un anno e mezzo fa, quando ebbe inizio l’intervento militare della Nato contro la Repubblica Yugoslava, si disse che da un diritto interstatale pattizio, basato sul rispetto della sovranità nazionale, si andava verso un diritto cosmopolitico. E’ avvenuto questo passaggio?

La risposta è no. Al momento il diritto sta attraversando una grave crisi di cui non si intravedono gli sviluppi.

Ma andiamo con ordine. Quando la Nato decise la guerra giustificò l’intervento con la difesa dei diritti umani violati dai Serbi in Kossovo. La maggior parte dei giuristi e degli studiosi occidentali scrisse allora che il diritto internazionale, forzando le norme esistenti, stava facendo un salto verso un livello etico superiore: dalla sovranità nazionale, da non doversi considerare più intangibile, alla universalità dei diritti facenti capo a ogni singolo essere umano. In altre parole, di fronte all’inerzia dell’ONU, la comunità mondiale aveva il dovere morale di mettere fine alla grave violazione dei diritti umani con un intervento umanitario.

Rifacendosi quasi letteralmente a una frase di Proudhon, settanta anni fa il giurista tedesco Carl Schmitt scrisse: "Wer Menscheit sagt, will betrügen" (chi dice umanità, vuole ingannarti). Schmitt non mi è per nulla congeniale, ma credo che sul punto abbia ragione. In effetti la motivazione dell’intervento militare in nome dell’umanità è servito ad autolegittimare la guerra (che è il suo contrario), bollando tautologicamente i Serbi come nemici dell’umanità, e a spingere le ostilità fino a conseguenze di estrema disumanità.

E’ chiaro a tutti, o dovrebbe esserlo, che il principio della difesa dei diritti umani comporta che ad ogni persona sia riconosciuto anzitutto il primo dei diritti, quello alla vita, e che in secondo luogo ciascuno venga perseguito e punito soltanto in base alla sua responsabilità personale.E’ accaduto invece che l’intervento umanitario abbia privato dei beni e persino della vita molti Serbi che non erano responsabili di alcun crimine e, forse, erano addirittura oppositoridella pulizia etnica. Le bombe intelligenti hanno colpito e ucciso perfino i bambini, che per definizione sono innocenti.

Citerò soltanto fonti occidentali. La Nato ha ammesso ufficialmente di aver colpito civili serbi in dodici casi: il 5 aprile ad Aleksinac (17 morti, 30 feriti); il 6 aprile a Pristina (9 morti, 8 feriti); il 9 aprile a Zastava (128 feriti); il 12 aprile a Grdelicka, il treno Salonicco-Belgrado (55 morti e centinaia di feriti); il 14 aprile a Djakovica (82 morti e 50 feriti); il 27 aprile a Surdulica (20 morti e 100 feriti); il 7 maggio a Nis, mercato e ospedale civile (20 morti e 28 feriti); il 13 maggio a Korisa (87 morti); il 19 e il 21 maggio, prigione di Istok Kosovo (23 morti e 12 feriti); nella notte fra il 23 e il 24 aprile a Belgrado, edificio della televisione serba ( 16 morti e 16 feriti); il 1° maggio a Luzane (50 morti); nella notte fra il 7 e l’8 maggio a Belgrado, ambasciata cinese (3 morti e 20 feriti).

A questa macabra contabilità sono da aggiungere le vittime imprecisate delle bombe a grappolo Un trattato internazionale proibisce le mine anti-uomo e tutti i Paesi partecipanti all’attacco Nato l’hanno firmato, con l’eccezione degli USA. Gli ordigni rilasciati dalle bombe a grappolo equivalgono da ogni punto di vista alle mine anti-uomo, e queste mine colpiscono e uccidono soprattutto i bambini, il che si è già verificato e continua a verificarsi, anche ora che la guerra è finita, in Kosovo e in Serbia.

Eventi come quelli appena. descritti (i bombardamenti dei civili, esclusi in ogni caso quelli con le bombe a grappolo) restano comunque tremendi e non tollerabili dalla coscienza; però diventano giustificati dal punto di vista giuridico se coperti da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Invece sulla base della invocata teoria dei diritti umani restano soltanto omicidi e stragi, penalmente perseguibili. E’ la stessa differenza che passa tra un assassinio (fuori della legge) e la legittima difesa (tutelata dalla legge): in entrambi i casi si ha un cadavere, cioè lo spegnimento di una vita umana, che però nel secondo caso (legittima difesa) è conforme al diritto, non viola i patti (interni o internazionali), non muove a rivolta le coscienze anche se le turba, anzi le affligge perché colpisce il sentimento di fraternità (ma non quello di giustizia).

Se il ragionamento fin qui svolto è corretto, dovrebbe essere chiaro che invocare come giustificazione di un omicidio o di una strage la difesa dei diritti umani è un’aporia teorica insormontabile e una contraddizione fattuale gravissima I diritti umani infatti appartengono a tutti e a ciascuno, non solo agli Albanesi ma anche ai Serbi e agli Zingari. In altre parole, non è ammissibile in teoria e in pratica, per difendere un Albanese dalla pulizia etnica, colpire o uccidere un Serbo incolpevole della persecuzione.

Non vorrei essere frainteso: il diritto internazionale deve effettivamente recepire come suo pilastro la difesa dei diritti umani. Ma ciò non è possibile attraverso la guerra, pena la violazione dei diritti che si vogliono tutelare.

Per essere più chiaro, domando: sarebbe ammissibile che per difendere i diritti dei Curdi (in realtà dimenticati da tutti) si uccidessero donne e bambini turchi, o anche militari turchi non direttamente responsabili di atti di persecuzione? Evidentemente no: sarebbe la negazione in radice di ogni giustificazione umanitaria basata sui diritti.

Con l’intervento militare della Nato, la "civiltà occidentale" è caduta in questa insanabile contraddizione, che restituisce a ogni Paese un incondizionato "ius ad bellum’ (diritto di fare la guerra), avverando, scrive Danilo Zolo nel suo recente libro ("Chi dice umanità", Einaudi, 2000) "la sprezzante formula anti umanistica di Carlo Schmitt: ‘Umanität, Bestialität’".

Invece della transizione verso un diritto cosmopolitico, sostenuto da una istanza etica, il diritto internazionale è ricaduto nel passato, a prima della pace di Westfalia, calpestando non solo quanto si era venuto costruendo nell’ultimo secolo (Società delle Nazioni, ONU), ma violando il principio fondamentale della sovranità nazionale. Né basta. Con la pretesa di processare i criminali di guerra Serbi (perché solo loro?) con la discussa e sospetta istituzione del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia (finanziato dagli USA), si è prodotta una divaricazione pericolosa tra "ius ad bellum" e "ius in bellum": uno dei più clamorosi paradossi della guerra balcanica, che l’opinione pubblica, compresi giuristi e politologi, ha completamente rimosso.

Ora ci sono solo macerie: l’ONU è ridotta a una macchina inefficiente, ed è stato di fatto tolto ogni guinzaglio alla pretesa indiscriminata di fare la guerra.

L’intervento umanitario, che ha fallito i suoi scopi pratici, si è rivelato un insopportabile inganno, una irresponsabile auto-illusione.

Il diritto internazionale si trova in un vicolo cieco e brancola nel buio. Tutti auspichiamo che la sua nuova direzione sia quella della difesa dei diritti umani in ogni punto del pianeta. Ma ciò non può avvenire con la guerra, specie se in violazione della Carta dell’ONU e delle Costituzioni dei singoli Stati.

L’unica via che ragionevolmente sembra essere feconda è quella della costruzione paziente di un governo mondiale attraverso l’intreccio delle convenzioni pattizie fra gli Stati, secondo la direzione tracciata da Kant e da Kelsen.