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“Canzoni a manovella” di Vinicio Capossela

E' arrivato il capolavoro. Quando al Club del Cantautore in Crisi non si trovavano nemmeno più posti in piedi, a salvare la situazione ci pensa l’unico,della nuova generazione degli chansonniers, in grado di farlo. Vinicio Capossela, paragonato spesso, nei lavori precedenti, al Paolo Conte dai ritmi sudamericani e dai testi raffinati, in questo suo nuovo album sembra piuttosto aver assimilato la lezione di Kurt Weill, il compositore tedesco spesso al fianco di Bertold Brecht, e di tanta musica klezmer. L’emiliano di Hannover, con la sua bella voce da imbonitore di paese, ci offre tutta una serie di marce e marcette, canti tzigani dai tempi binari, che, come dice lo stesso Vinicio, hanno bisogno di due stampelle per avanzare, e dei testi che possiedono autonoma dignità letteraria, a tratti autentiche poesie.

"Canzoni a manovella" è un omaggio "ai pionieri aerostatici, ai temerari e in generale a tutti quelli che hanno avuto il coraggio di buttarsi". Tra questi un posto spetta di diritto a Louis Ferdinand Céline, a cui è dedicata la prima canzone dell’album, "Bardamù", pirotecnica ballata con piano a rullo e grancassa in evidenza.

Ad un altro temerario della letteratura, Alfred Jarry e al ciclo di Ubu, è invece ispirato l’inquieta marcetta "Decervellamento", mentre la travolgente cavalcata balcanica "Maraja" sarà sicuramente iltormentone del tour invernale ("…si scompiscia si sganascia si oscureggia il Marajà, raglia tutta la marmaglia quando raglia il Maraja, sguaian forte i commensali versan gli otri ed i boccali…").

Il brano che dà il titolo all’ album, "Canzone a manovella", è una stralunata filastrocca esistenzialista, mentre la successiva"I pagliacci", forse il punto più alto dell’album, è una malinconica ballata che riesce a cogliere il dramma di chi è obbligato a far ridere gli altri (…di creta mi pare il cerone, s’appiccica al volto il mal del buffone, ridere vorrei stasera, ridere vorrei per me…).

Etilica e delirante canzone da taverna è, invece, "La marcia del Camposanto", che narra l’ultimo viaggio del defunto ( lo stesso Capossela?), "gonfio di birra, seduto in trono, al passo lento del perdono ", accompagnato dagli ottoni di Roy Paci (già musicista dei Mau Mau e di Carotone).

Capossela, nei suoi percorsi musicali, non sembra attratto dalla nostra epoca, molte sue canzoni potrebbero essere scambiate per brani scritti nei primi decenni del Novecento, ma la sua fuga è soltanto apparente. Il suo è, piuttosto, un guardare al presente filtrato dal passato, e quest’ operazione gli consente di avere un’ immagine distaccata e nel contempo ironica della realtà. Dietro le maschere e le metafore che rifuggono sempre la banalità, tocca temi profondi quali la solitudine e l’oblio, come nel valzer agrodolce "I pianoforti di Lubecca" , e allora anche questi vecchi strumenti abbandonati possono assumere fattezze umane e diventare la signora Blutner, il principe Steinway, o l’ussaro Petròf. Ci sono, poi, cose di cui non si riesce proprio a parlare, e allora si può provare a cantarle, e così riaffiora prepotente in "Suona Rosamunda" il dramma degli ebrei deportati nei lager ("...si bruci il circo e si bruci il ballo, e le divise ubriache d’amor, le marionette marciano strette dentro la notte tornan per noi..."). L’eclettico Vinicio si conferma, poi, l’ ultimo dei romantici, nella bellissima "Signora luna", dove la chitarra di Marc Ribot crea le giuste sonorità rarefatte e oniriche, mentre valzer e tango si mischiano "Nella pioggia" e "Con una rosa" richiama le atmosfere jazzate di Fred Buscaglione.

Ascoltando questo disco il pensiero corre veloce a Fellini. Sarebbe piaciuto senz’altro al regista romagnolo un disco così, lievemente sospeso tra sogno e realtà, e con quell’incredibile forza evocativa che aleggia per tutta la durata del CD.

"Resto qua" è l’ultima canzone e non poteva che finire così, con Capossela solo al piano, che canta "…regala perle al vento e ne regalo anch’io, il sipario resta, io me ne vado via…".

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