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Il collasso della democrazia

In tutto il mondo si allenta pericolosamente il rapporto elettori-eletti e il potere di decidere diventa prerogativa di organi dalla dubbia legittimazione democratica. Gli esiti della crisi di partiti, voto, associazionismo politico.

Ci sono molti sintomi rivelatori di un epocale incipiente collasso della democrazia, quella ateniese, che significava governo del popolo. Il fenomeno non è nuovo, ma oggi è diverso. Sono mille e mille nella storia i regimi non democratici. Si può dire per certo che sono di gran lunga più numerosi e più duraturi gli ordinamenti politici che, nella sostanza e nella forma, erano non democratici. Il nostro secolo, il Novecento, ne presenta un campionario assai assortito e tragico. Tiranni, dittatori, autocrati hanno affollato questo secolo, breve e intenso, con il loro seguito di guerre e carneficine. Ma si è trattato di esperienze che esplicitamente, senza pudore alcuno, negavano la democrazia.

Oggi è diverso. Sono gli stessi ordinamenti democratici che tradiscono la loro intrinseca essenza. Le forme e le procedure consolidate della liberal-democrazia non sono messe in discussione, eppure la loro fibra interna si sfalda e perde l’originaria consistenza. Il rapporto di causalità che nella genuina concezione democratica deve esistere fra elettori ed eletti, si va smarrendo e allentando sempre più.

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ne costituiscono un allarmante indizio. E ciò non tanto per la farraginosità dei meccanismi nei quali si è invischiata una proclamazione tanto incerta, quanto piuttosto per ciò che un tale impaccio ha fatto affiorare. Il ralenti impresso a tutta la vicenda ha reso più visibili alcuni particolari che altrimenti sarebbero sfuggiti ad una osservazione più frettolosa. La sorprendente quantità di schede elettorali che abbiamo appreso essere state manomesse nelle sole contee della Florida rendono giustificata la supposizione che un analogo ricorso a brogli elettorali sia abbastanza diffuso in tutta la Federazione. Ma un tale fenomeno, già di per sé idoneo ad inficiare il risultato elettorale, è ben poca cosa se paragonato al ruolo decisivo che a determinarlo hanno svolto i grandi gruppi economici. Si calcola che i due candidati abbiano speso per la campagna elettorale l’equivalente di 4.000 miliardi di lire, una somma spaventosa. Chi l’ha pagata? Le multinazionali del tabacco e del petrolio ed i mercanti di armi, in una parola le grandi imprese che fanno e disfano l’economia del mondo. Questi sono i veri grandi elettori del presidente degli Stati Uniti, non già gli eletti nei singoli Stati della Federazione.

In Europa le cose non vanno meglio. Dalla mucca pazza alla guerra del Kosovo, dai cibi transgenici alla moneta, questioni tutte che ci riguardano direttamente, su di esse il potere di decidere o non decidere o cosa decidere è ormai prerogativa di organi sempre più lontani dal popolo, il teorico detentore della sovranità. I meccanismi di rappresentanza che portano alla presunta legittimazione democratica di tali organi passano attraverso un groviglio intricato di tante mediazioni che il rapporto con il corpo elettorale risulta di fatto interrotto. Gli stessi parlamenti, residuo arcaico in cui si esprime la volontà popolare, sono estromessi da tali decisioni o conservano su di esse un’influenza insignificante. Negli spazi vuoti della griglia democratica irrompono i produttori di carne, gli apparati militari, i sacerdoti dell’alta finanza, e sono essi che decidono senza rispondere a nessuno.

Il popolo sovrano, protagonista della democrazia, ha solo un mezzo per esercitare il suo ruolo: organizzarsi in partiti. “Solo l’illusione o l’ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza partiti politici”- scriveva Kelsen già nel 1920. Dove sono, guardando all’Italia, i partiti politici, questo strumento essenziale per la democrazia? Soffrono di una generale impopolarità, alimentata da una ventata di antipolitica soffiata da tutte o quasi le centrali dell’informazione. L’unico partito che sembra vitale, Forza Italia, non è altro che la sezione politica di una grande azienda economica, ancora una volta cioè l’impresa invade il campo della politica.

A completare il quadro è sempre più forte la tentazione di assecondare la già naturale tendenza degli elettori a disertare le urne, promuovendo addirittura il partito del non voto. In questo modo il collasso della democrazia sarebbe compiuto. Se i cittadini rinunciano all’unica arma di cui dispongono, il voto e l’associazione politica, il potere politico non finisce: semplicemente sarà gestito senza contrasto dai gruppi che dominano il mercato economico.

[/a]E’ la debolezza della politica democratica che favorisce l’assalto dei gruppi d’interesse agli organismi del Parco di Paneveggio, denunciato da Casanova sul numero scorso di Questotrentino (Il Parco dello sci e della caccia). E’ una riforma del sistema elettorale, così ben illustrata da Michele Guarda sempre sull’ultimo numero (Una nuova legge elettorale, finalmente), che probabilmente consentirà alla nostra Provincia di uscire dalla stagnazione democratica in cui si attarda da dieci anni.

Non vi è qui lo spazio per indagare sulle cause profonde della crisi della democrazia che ho appena delineato, né per ricercarne i rimedi. Ma la sinistra, in tutte le sue componenti, dovrà pure porsi il problema.