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Flessibili (e infortunati)

Più formazione, meno infortuni. Più flessibilità, più infortuni. Questo dicono i dati.

Le statistiche degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali pongono il nostro Paese ad uno dei primi posti in Europa. Ed il Trentino, ancora una volta, vede frustrata la sua ambizione ad essere modello dell’Italia come vorresti che fosse, attestandosi, al contrario, ai vertici della graduatoria nazionale, sia per numero di incidenti che per numero di giornate perse per addetto.

Un milione di infortuni all’anno, 24.000 invalidità permanenti, 1.200-1.300 morti: questi sono i dati nazionali. 13.500 infortuni, 400 invalidità, 15 morti: i dati che riguardano invece la nostra provincia. Dopo qualche anno di stasi il fenomeno ha manifestato una recrudescenza, un incremento, in buona parte ascrivibili, come vedremo, a precise scelte di politica economica.

Sono dati da bollettino di guerra, che peraltro non suscitano una reazione adeguata, né nelle parti direttamente coinvolte (aziende, pubbliche amministrazioni, sindacati), né nei cittadini. Per invertire questa tendenza alla rassegnazione i sindacati confederali CGIL-CISL-UIL hanno tenuto lo scorso mese di settembre una conferenza nazionale per la messa a punto di una piattaforma rivendicativa in materia di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. L’argomento è stato ripreso nella prima assemblea annuale dei DS del Trentino, svoltasi domenica 3 dicembre a Trento.

Remo Andreolli (Ds) assessore provinciale al lavoro.

In quest’ultima sede, Remo Andreolli, diessino, assessore provinciale al lavoro, e Franco Ischia della segreteria CGIL, hanno affrontato il problema dai rispettivi punti di vista. Andreolli ha illustrato l’intenzione della Provincia, concordata con le parti sociali, di istituire un Osservatorio per lo studio sistematico del fenomeno, nonché di introdurre un meccanismo di incentivi e penalizzazioni attraverso la leva dei contributi pubblici alle aziende.

Ischia ha cercato di chiarire le cause del fenomeno e di indicare interventi calibrati ed efficaci, a confutazione di quanti considerano gli infortuni e le malattie professionali "il prezzo ineluttabile e ineliminabile che bisogna pagare allo sviluppo".

Tre sono i nodi individuati da Ischia: innovazione tecnologica, formazione, e tutte quelle operazioni di recente impatto che vanno sotto il nome di flessibilizzazione del lavoro. Fra queste tre variabili e il verificarsi di infortuni esistono delle precise correlazioni.

1. Tra innovazione tecnologica ed infortuni esiste una correlazione inversa: al crescere di quella diminuiscono questi. E poiché le aziende ricorrono all’innovazione specialmente nei periodi di crisi, per rilanciare la competitività, mentre tirano il collo agli impianti e ai lavoratori nei periodi di congiuntura favorevole, ne risulta una correlazione diretta fra congiuntura positiva e infortuni.

2. Infortuni e formazione mostrano pure una correlazione inversa, vale a dire: più formazione meno infortuni. Qui è in ballo innanzitutto la formazione specifica alla sicurezza sul lavoro e la tempestività degli aggiornamenti in materia, ma può ritenersi che il livello di formazione complessiva degli addetti e ancora più in generale la cultura della sicurezza, che dovrebbe essere patrimonio di tutti i cittadini, concorrano a ridurre l’incidenza degli infortuni.

3. La flessibilizzazione del lavoro, cioè la precarizzazione con i contratti a tempo determinato, le forme di esternalizzazione e la creazione di false figure di lavoratori autonomi, il lavoro interinale, insieme con gli appalti selvaggi, il lavoro nero ed altre forme che hanno per obiettivo di consentire mano libera alle imprese nello sfruttamento della risorsa umana, mostrano una correlazione positiva con gli infortuni.

L’obiettivo prioritario dei sindacati è la riduzione degli infortuni mortali e di quelli più gravi, intervenendo su questi tre nodi. Per un verso si tratta, quindi, di un ambito tecnico che si presta ad una cogestione fra parti sociali e pubblica amministrazione e che potrà giovarsi delle incentivazioni per promuovere gli investimenti in nuove tecnologie, dovrà prevedere il potenziamento dei sistemi di vigilanza e di controllo, perseguire il miglioramento della formazione alla sicurezza eccetera.

In questo ambito gli interventi possono essere immediati e mentre l’Osservatorio di Andreolli potrà costituire l’indispensabile presidio il negoziato aziende-sindacato si accredita come lo strumento attuativo più idoneo. Ma per altro verso le questioni indicate da Ischia, sollevano, invece, problematiche che per la loro rilevanza investono tutta la collettività e richiedono l’intervento del Parlamento o addirittura una rivisitazione dell’economia e dello sviluppo in un quadro di compatibilità con i valori della persona.

E’ così quando si pone il problema della qualità dell’occupazione, perché significa non accontentarsi di un aumento dei posti di lavoro come che sia, ma puntare ad un’occupazione aggiuntiva esente da quelle forme che precarizzano non soltanto il rapporto di impiego, ma le persone stesse (per la gran parte, giovani) in cui estinguono ogni prospettiva, ogni possibilità di pianificare il proprio futuro.

Ed è sicuramente così, quando si sottolinea la necessità di creare una cultura generalizzata della sicurezza sul lavoro, a fronte di una mentalità diffusa di accettazione delle stragi, siano esse quelle degli infortuni sul lavoro, o quelle del sabato sera o quelle della circolazione stradale o altre ancora. Se ne parla un giorno e poi tutto ritorna come prima, c’è un’assuefazione che rasenta la complicità.

Per la risoluzione di questi problemi, non esistono scorciatoie, perché mettono in gioco la rifondazione della convivenza civile, forse la definizione di una nuova scala dei valori. Tutto ciò che minaccia di inceppare la produzione del profitto, corre il rischio di venire rimosso o aggirato e l’esigenza della sicurezza sfila all’ultimo posto.

Nel programma elettorale del candidato del centrosinistra, Rutelli, questi concetti, queste esigenze, in qualche misura, sembrano essere recepiti. Precisamente dove egli parla (intendiamoci, sono solo propositi elettorali) di nuova occupazione "buona" e si prefigurano comunque delle misure parasalariali e di continuità contributiva ai fini previdenziali, durante i periodi di attesa fra un contratto a tempo determinato e il successivo. E in modo tutto da definire dove parla di "new deal", di un nuovo patto da stringere con tutti i cittadini