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La colonizzazione dell’ immaginario

Meccanismi ed effetti della globalizzazione. Da L’altrapagina, mensile di Città di Castello.

Achille Rossi

"Io sono convinto che il nucleo profondo della globalizzazione non sia economico, ma spirituale. È’ una specie di appropriazione del modo di pensare, di fantasticare, di autorappresentarsi di milioni di esseri umani".

Pietro Barcellona, docente di filosofia politica e di diritto costituzionale all’università di Catania, è uno degli studiosi italiani che prima di altri ha colto la natura e le implicazioni del fenomeno della globalizzazione dell’economia. Il suo giudizio è severo: "Si tratta di una immensa colonizzazione dell’immaginario collettivo, che si realizza attraverso gli strumenti e i gesti della vita quotidiana: dal cellulare alla televisione, dal supermercato all’automobile, dal giubbotto che si indossa alla musica che si ascolta. Ed è un processo di cui non si ha coscienza, perché rende naturale il mondo assolutamente artificiale in cui siamo immersi".

Il colonialismo c’è sempre stato nella storia umana. Come mai quello attuale le appare "immenso"?

"E’vero. Anche in altre epoche l’umanità ha sperimentato forme di imperialismo e tentativi egemonici di una cultura di dominare le altre, ma era tutto più semplice. Quando i romani conquistarono la Gallia, i Galli erano lì, vede-vano fisicamente i loro avversari, potevano difendersi o discuterci, c’era insomma un rapporto faccia a faccia. Alla fine i due popoli interagivano e si produceva una forma di cultura mista. La globalizzazione invece è invisibile e nessuno riesce a capire dove vengano elaborate le tendenze di vario tipo che influenzano la nostra vita".

Il professor Barcellona non s’accontenta però di descrivere il fenomeno, ma ne dà una interpretazione personale: "La globalizzazione non è una deviazione del corso emancipativo della modernità, come se la grande macchina del progresso fosse sfuggita di mano agli apprendisti stregoni, che non riescono a controllare più le tecnostrutture e dunque non ne sono responsabili. È’ invece il frutto maturo dell’individualismo della modernità. È’ l’individuo narcisista che pensa di avere solo diritti, di essere creditore verso tutti, perché non si rende conto di dover qualcosa a qualcuno: genitori, maestri, compagni, contesto. Insomma viene radicalmente negata la realtà della dipendenza ".

La globalizzazione si realizza solo come contraccolpo di conquiste tecnologiche o persegue precisi disegni politici? Eventualmente quali?

"Io non credo, come gran parte dei filosofi della crisi dopo Heidegger, che la tecnica sia diventata una realtà autonoma, irresponsabile, di cui noi siamo succubi, anche se talvolta possiamo sentirci appendici di macchine sul piano individuale. Ritengo invece che il significato complessivo della tecnica non risieda al suo interno, bensì nella società che vi si assogget ta. La tecnica è certamente frutto di un’immensa volontà di potenza dispiegata dall’illuminismo in poi, per superare tutto il negativo della condizione umana: il dolore la sofferenza, la morte stessa. Eppure questo disegno, che apparentemente nella modernità attuale non ha più soggettività organizzate che lo gestiscono, genera dei gruppi sociali che se ne avvantaggiano e altri che ne pagano i prezzi".

Può fare qualche esempio?

"Se si arrivasse, tramite la clonazione, alla sostituzione di organi umani, coloro che usufruirebbero di questi ‘pezzi di ricambio’ dovrebbero pure pagarli e i soldi per farlo non li riceverebbero dall’Enalotto. Se possono permetterselo è perché si stanno appropriando delle risorse altrui".

Il professore Barcellona così conclude il suo ragionamento: "Sono convinto che non è mai esistito nella storia umana finora un progresso tecnico disgiunto dalla sopraffazione di una parte verso un’altra. Anche nell’aspetto progressivo che le tecniche possono avere è sempre inplicato un ele-mento di assoggettamento e di sfruttamento.

Non credo esistano tecniche neutrali. Se un domani gli uomini decidessero di socializzare attraverso i video, questa operazione avverrebbe in modo da rendere più stupidi alcuni e molti più intelligenti altri. Non è un caso che il sistema attuale avvantaggi un quinto o un sesto dell’umanità e abbandoni tutti gli altri in condizioni così disperate come mai hanno sperimentato. I popoli dell’Africa, ad esempio, sono stati espropriati della loro cultura e non beneficiano di alcun vantaggio. Il nostro problema è quello di rideterminare le categorie interpretative di questi nuovi fenomeni, altrimenti la globalizzazione finisce per diventare una specie di alibi per tutti, come fosse il puro trionfo di apparati tecnocratici di fronte ai quali persino i responsabili sono impotenti. Invece l’analisi di tali processi e dei codici artificiali immessi nel mondo umano ci deve insegnare a distinguere chi vince e chi perde, chi se ne avvantaggia e chi rimane indietro. Solo cosi c’è la possibilità di modificare qualcosa. Ma non possiamo più affidarci alla vecchie categorie del capitale e del lavoro".

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a cura di Achille Rossi
In altri numeri:
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Luigi Serravalli

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