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Il Dindo torinese

Il violoncello è stato molto corteggiato in questo periodo a Trento. Era passata poco più di una settimana dalla splendida serata alla Filarmonica; quando il norvegese Truls Mork aveva investigato brani piuttosto insoliti con il suo affascinante strumento del 1723, che, anche al teatro Sociale, sono risuonati, da protagonisti, gli scuri e pastosi timbri del violoncello. Enrico Dindo è un solista dalle eccezionali caratteristiche, la sua "voce" si adatta egregiamente al trepidante stile romantico del concerto di Schumann. Il suono nasce ombroso e meditativo, come se non volesse turbare il pubblico con graffi striduli, ed è mutevole e trascinante nelle note più basse, senza sforzare sui toni alti, né perdere in vivacità. Il primo movimento del concerto per violoncello e orchestra è stato eseguito in maniera molto delicata, il che ha permesso al pubblico di riprendersi dalla performance de "L’ultimo velo" di Cosimo Colazzo. "L’ultimo velo" è partitura del 1996, che impegna gli esecutori in un susseguirsi di note di tesa rarefazione sonora, alternate a colpi d’arco, che si irradiano dal semicerchio di violini, viole e violoncelli a disegnare una specie di onda. Questo inquietante brano, in appena 5 minuti, richiama l’immagine di una freccia che non trova il bersaglio. Il maestro era presente in sala, del resto insegna al conservatorio di Trento, ed è stato lungamente applaudito.

Tornando all’ esaltante resa del concerto di Schumann, non c’è stato alcun errore di rilievo nemmeno nelle fila degli orchestrali, tenuti con mano salda da Zampieri. La funzione del direttore ancora una volta è balzata agli occhi. Questo uomo sottile riempiva la scena, sia grazie al suo aspetto vagamente mefistofelico, che con l’ampiezza, forse gratuitamente teatrale, dei gesti; però si è sentita una maggiore varietà di suoni, e una vivacità che talvolta si dispera di poter udire, accusando i difetti acustici del teatro. Dindo, che ha ricevuto un’accoglienza calorosissima dal pubblico trentino, per il quale era già venuto a esibirsi in passato, ha concesso un piccolo bis al termine della composizione di Schumann, offrendo un classico del repertorio: la sarabanda dalla suite per violoncello di Bach in Sol Maggiore. Pareva che, per meglio rendere palese la dolcezza del proprio tocco, Dindo eseguisse il pezzo più lentamente del normale, nuovamente salutato da un’interminabile applauso.

La coda del programma, la prima sinfonia di Mendelssohn, non poteva decisamente competere con tanta grazia ed è quindi scivolata via senza essere degnata della giusta attenzione. Eppure, se si parte dalle cronache del tempo che la descrivono come un insuccesso totale, si rimane gradevolmente sorpresi da alcuni spunti particolarmente delicati e ariosi, soprattutto nel secondo e terzo movimento, che tendono giocosamente verso una forma di valzer e nello stesso tempo evocano una fresca vena inventiva, resa in maniera energica da tutta l’orchestra.

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