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Dellai non è Prodi…

Una crisi politica condotta su una battaglia di valori è molto più agevole da gestire di una sconfortante sconfitta “in poltrona”. Risposta a Silvano Bert.

Sergio Dellanna

Qualche settimana fa Silvano Bert, riflettendo sulla crisi del centrosinistra trentino, (Forse sarà rottura: ma che peccato!) esprimeva su questo giornale la sua amarezza per "l’interruzione di un processo sociale, culturale, politico" e nel contempo stigmatizzava la "baldanza" di alcuni settori della sinistra (tra i quali il sottoscritto) nel chiedere la rottura con Dellai, atteggiamento ritenuto inopportuno data la mesta circostanza.

Romano Prodi con esponenti del centro-sinistra trentino (in prima fila Schmid, Berasi, Boato) ai tempi in cui l'Ulivo era rigoglioso.

Di questo ragionamento condivido soprattutto la sostanza: il centrosinistra trentino sta inesorabilmente scivolando su un piano inclinato che porta al dissolvimento.

E’ fuori dubbio che la responsabilità di ciò sia in buona parte da imputare all’attuale presidente della Provincia, al cinismo politico di un abile stratega incapace però di produrre una sintesi autentica delle diverse sensibilità che rappresenta (forse perché non interessato). Ma ci sono anche responsabilità della sinistra, errori di valutazione, di prospettiva e di gestione politica, che hanno portato al tramonto di quest’esperienza.

Dellai non è mai stato Prodi, anche se qualcuno ci aveva sperato. La sua scelta di campo è di natura opportunistica e non contempla affinità culturali o valori condivisi. Il suo rapporto politico con la sinistra in questi anni si è strutturato in un tacito scambio: leadership vincente contro voti e subalternità. L’accordo ha funzionato finché la sinistra ha potuto o creduto di bilanciarne il potere con una maggiore rappresentatività elettorale.

La nascita della Margherita ha cambiato quei rapporti di forza concentrando l’ambito delle decisioni nelle mani sue e dei suoi uomini e relegando gli altri al ruolo di sherpa rassegnati, schiacciati dall’assenza di alternativa.

Se non si ha chiara la natura "muscolare" dei rapporti politici del presidente non si possono comprendere molte sue scelte. Il caso Val Jumela è a questo proposito esemplare. La sinistra aveva scelto, astutamente, un obiettivo minuto dalla forte carica simbolica attraverso cui dare voce alle sue convinzioni in tema di ambiente, infrastrutture e sviluppo turistico, suscitando un appassionato dibattito che per settimane aveva trovato eco ed attenzione nella stampa e nella società civile.

Un leader realmente rappresentativo ed attento alle istanze della sua maggioranza, a fronte di una dimostrazione civile di quella portata, avrebbe almeno provato a spiegare le sue convinzioni e cercato un punto di equilibrio.

Avrebbe persino potuto ricredersi, pagando qualcosa ai gruppi di interesse di valle con cui si era accordato ma rinsaldando per contro la sua maggioranza politica ed accrescendo l’autorevolezza nell’opinione pubblica. Invece Dellai, conscio della portata simbolica del contrasto ma anche della sua posizione di forza rispetto a chi lo contestava, scelse cinicamente la strada dello scontro, spostando con abili campagne di stampa l’attenzione su temi "urgentissimi" e controversi come la Valdastico, cercando lo scompiglio in campo avverso con malizie e ritorsioni e ricorrendo ripetutamente al ricatto delle dimissioni.

Era evidente che una reazione così violenta non poteva dipendere solo da una presunta "difficoltà di comunicazione" o da una "incompatibilità caratteriale" tra leader. Rivelava piuttosto una volontà egemonica volta alla eliminazione della competizione interna, alla distruzione di ogni embrione di contropotere politico in grado di sostenerne la sfida. A quest’azione andava posto un freno, andavano ridefinite le reciproche opportunità (di più non è dato) per cui continuare a stare insieme, andavano riscritte le regole e registrati i rapporti di forza nelle sedi istituzionali.

Bisognava avere il coraggio di rischiare la rottura, di tirare la corda senza trattenersi, contando sul fatto che una crisi politica condotta su una battaglia di valori è politicamente molto più agevole da gestire di una sconfortante sconfitta "in poltrona".

A quell’appuntamento la sinistra politica trentina si è presentata incerta, divisa ed anche un po’ vigliacca. Oggi annaspa e spera che nessuno alzi un’onda, confidando nell’improbabile salvagente di Rutelli.

C’entra poco la baldanza. E’ evidente che non sarà facile uscire dall’angolo, ricostruire un percorso politico che veda la sinistra ancora protagonista nel governo dei processi di sviluppo di questa regione.

Ma prima si comincia, meglio è.

P. S. Nella sinistra sembra perseverare l’arrogante convinzione, di natura ideologica, di rappresentare la parte buona della società e della politica, contrapposta a quella "cattiva" della destra. In nome di ciò si tende a giustificare ogni scelta discutibile, pur di fermare il governo delle destre. Io preferisco pensare ad una più terrena investitura legata alla capacità di mettere in campo uomini e idee capaci di interpretare al meglio le esigenze di sviluppo dei territori, nel quadro di una democrazia competitiva.

Auspico dunque l’emancipazione della destra in senso costruttivo ed intelligente, che sappia contribuire, in un confronto virtuoso, al rinnovamento della cultura di governo e della classe dirigente.

Senza ciò, ben difficilmente si riuscirà a scardinare quei blocchi di potere che, complice la pesante ingerenza pubblica nell’economia, avviluppano la società trentina in una rete di irresponsabile affarismo senza progetto e senza futuro.