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In memoria di Andrea Morelli

Ho conosciuto Andrea Morelli nella primavera del ’94, in occasione di una cena organizzata da amici comuni. Quella sera alcuni studenti della facoltà di lingue, provenienti da Olanda, Corea e Brasile (tra cui Raissa, dal ’90 la compagna di Andrea) hanno cucinato piatti tipici del loro paese. Insomma una bella cena "internazionale" era l’ambiente ideale per incontrare Andrea Morelli.

Per il Trentino, infatti, Andrea rappresentava il desiderio di conoscere tutto il mondo. Ma conoscerlo alla sua maniera, toccandolo cioè con mano, attraversando paesaggi culturali e geografici con i suoi tempi "geologici", grazie a mezzi di esplorazione lenti, come una bicicletta con cui è andato in Cina, nel modico arco di due anni, una piroga per discendere il Rio delle Amazzoni, una barca a vela per attraversare l’Oceano, degli sci per contemplare le sue montagne.

Tutti mezzi considerati anacronistici dai visitatori nevrotizzati dalle ansie da prestazione turistica. Ma Andrea non era solo questo: da grande esploratore qual era, indagava con sensibilità le altre culture, e fino all’ultimo si è battuto in prima persona contro le ingiustizie piccole o grandi che fossero: ricordiamo il grande impegno nell’ambito della sua Associazione "Amici del Chiapas", e il progetto ormai concreto di aprire a Trento una Comunità Zapatista, che ora verrà intitolata ovviamente ad Andrea.

In pratica Andrea guardava lontano, ma senza essere donchisciottesco, e senza perdere di vista la realtà quotidiana: ad esempio - tornando alla cena di prima - si parlò anche di una specie di santona che all’epoca andava molto di moda a Trento, e che ogni tanto ritorna, in veste di sedicente esperta di tecniche di guarigione orientali, nonché costosissima "terapeuta". Conoscendola, Andrea si rese conto che era la solita imbonitrice lucrosa, che specula sulle debolezze della gente (ricca) e che non fa nulla per aiutare veramente chi ha bisogno (soprattutto se povero), ed ebbe per lei parole non offensive, ma fermamente indignate.

La prima cosa che colpiva di Andrea era lo sguardo franco ed il sorriso solare, proprio di chi è immerso con ardimento nel turgore della vita, sostenuto da un ottimistico slancio, e da un rigoroso e sereno senso della dignità e del dovere morale. Insomma, era una persona positiva e coraggiosa, che nella vita non si tirava mai indietro. Non a caso, nella sua ultima avventura, è stato lui ad andare avanti per primo, e mettere così in salvo l’amico.

Per il resto chissà: se Andrea avesse fatto anche lo scrittore, forse lo ricorderemmo come il nostro Hemingway, Kerouac, Chatwin e gli altri grandi scrittori della strada e della vita. Comunque, una delle maniere più consone per ricordarlo è la poesia, magari questi versi di Neruda: "Voglio stare nella morte con i poveri/ che non ebbero tempo di studiarla,/mentre li bastonavano coloro che hanno diviso e regolato il cielo./ Ho pronta la mia morte come un vestito/che mi attende, del colore che amo,/ dell’estensione che ho cercato inutilmente,/ della profondità di cui ho bisogno.

Ho conosciuto Andrea Morelli nella primavera del ’94, in occasione di una cena organizzata da amici comuni. Quella sera alcuni studenti della facoltà di lingue, provenienti da Olanda, Corea e Brasile (tra cui Raissa, dal ’90 la compagna di Andrea) hanno cucinato piatti tipici del loro paese. Insomma una bella cena "internazionale" era l’ambiente ideale per incontrare Andrea Morelli.

Per il Trentino, infatti, Andrea rappresentava il desiderio di conoscere tutto il mondo. Ma conoscerlo alla sua maniera, toccandolo cioè con mano, attraversando paesaggi culturali e geografici con i suoi tempi "geologici", grazie a mezzi di esplorazione lenti, come una bicicletta con cui è andato in Cina, nel modico arco di due anni, una piroga per discendere il Rio delle Amazzoni, una barca a vela per attraversare l’Oceano, degli sci per contemplare le sue montagne.

Tutti mezzi considerati anacronistici dai visitatori nevrotizzati dalle ansie da prestazione turistica. Ma Andrea non era solo questo: da grande esploratore qual era, indagava con sensibilità le altre culture, e fino all’ultimo si è battuto in prima persona contro le ingiustizie piccole o grandi che fossero: ricordiamo il grande impegno nell’ambito della sua Associazione "Amici del Chiapas", e il progetto ormai concreto di aprire a Trento una Comunità Zapatista, che ora verrà intitolata ovviamente ad Andrea.

In pratica Andrea guardava lontano, ma senza essere donchisciottesco, e senza perdere di vista la realtà quotidiana: ad esempio - tornando alla cena di prima - si parlò anche di una specie di santona che all’epoca andava molto di moda a Trento, e che ogni tanto ritorna, in veste di sedicente esperta di tecniche di guarigione orientali, nonché costosissima "terapeuta". Conoscendola, Andrea si rese conto che era la solita imbonitrice lucrosa, che specula sulle debolezze della gente (ricca) e che non fa nulla per aiutare veramente chi ha bisogno (soprattutto se povero), ed ebbe per lei parole non offensive, ma fermamente indignate.

La prima cosa che colpiva di Andrea era lo sguardo franco ed il sorriso solare, proprio di chi è immerso con ardimento nel turgore della vita, sostenuto da un ottimistico slancio, e da un rigoroso e sereno senso della dignità e del dovere morale. Insomma, era una persona positiva e coraggiosa, che nella vita non si tirava mai indietro. Non a caso, nella sua ultima avventura, è stato lui ad andare avanti per primo, e mettere così in salvo l’amico.

Per il resto chissà: se Andrea avesse fatto anche lo scrittore, forse lo ricorderemmo come il nostro Hemingway, Kerouac, Chatwin e gli altri grandi scrittori della strada e della vita. Comunque, una delle maniere più consone per ricordarlo è la poesia, magari questi versi di Neruda: "Voglio stare nella morte con i poveri/ che non ebbero tempo di studiarla,/mentre li bastonavano coloro che hanno diviso e regolato il cielo./ Ho pronta la mia morte come un vestito/che mi attende, del colore che amo,/ dell’estensione che ho cercato inutilmente,/ della profondità di cui ho bisogno.

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