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Il clima cambia. E l’economia?

E’ ormai urgente correggere il nostro modo di produrre. E non solo per ragioni umanitarie.

Eccolo qui un bell’esempio: l’effetto serra! E’ noto che se non ci fosse, o forse è più esatto scrivere "se non ci fosse stato", un delicato equilibrio naturale fra le radiazioni solari, il loro assorbimento da parte dell’atmosfera e della superficie terrestre, il loro riflesso verso lo spazio, la temperatura media della terra, che ora è di 15 gradi, sarebbe di 18 gradi sotto zero. Questo miracoloso equilibrio fra l’andirivieni dei raggi solari si chiama effetto serra. Si tratta di uno scambio sapientemente dosato di energie che ci provengono dal sole e che madre terra in parte restituisce allo spazio, depositandone però una adeguata porzione nell’amorevole filtro atmosferico che ci avvolge come in una tiepida coltre.

Ebbene, da un po’ di tempo questa benefica protezione, che ci ripara dai freddi siderali, si sta ispessendo un po’ troppo, accentuando il suo effetto. Pare che a provocare tale fenomeno siano state ben individuate attività antropiche, vale a dire il brulicante indaffararsi dell’umanità opulenta, che dal primitivo sfruttamento della natura è giunta, nel secolo scorso, a forme di sua manipolazione così sofisticate, da invadere e turbare quel prodigioso equilibrio energetico che ci ha (aveva!) consentito di vivere in una confortevole serra. Le massicce produzioni industriali, il dilagante uso di mezzi di trasporto a combustione di idrocarburi, la generalizzata pratica del riscaldamento, hanno impregnato l’atmosfera di anidride carbonica e di altri gas, in tal modo trattenendo nella cupola atmosferica più calore che nel passato. Se questa tendenza continuerà , fra cento anni la terra sarà irriconoscibile. Ghiacci disciolti, coste allagate, desertificazione, accidenti meteorologici.

Gli scienziati non sono tutti d’accordo su una diagnosi così sicura e meno ancora su una previsione così catastrofica. C’è chi interpreta i primi indizi di una tale evoluzione come normali segni di un andamento ciclico nelle fasi climatiche del pianeta. C’è chi dice che in ogni caso i turbamenti causati dall’uomo nell’equilibrio naturale si risanano spontaneamente. Sta di fatto che l’allarme è stato dato. Tanto che nel 1997 a Kyoto fu redatto un protocollo che impegnava tutti gli Stati del globo, ma soprattutto quelli ad economia sviluppata, a ridurre l’emissione di anidride carbonica e di altri gas serra entro il 2010. Un tale protocollo però non è ancora operante, ed in questi giorni a Trieste si è tornato a trattare attorno al suo contenuto. Con alcune novità importanti.

Si è superato il dubbio circa le cause, se naturali o umane, dell’aumento della temperatura riscontrato negli altri decenni. Infatti si legge nel documento finale di Trieste: "Vi sono nuove e più forti prove che il riscaldamento osservato negli ultimi 50 anni è attribuito alle attività umane. Si prevede che la temperatura aumenterà tra 1,4 e 5,8 gradi entro il 2100".

Forse sono queste nuove prove che hanno indotto il governo degli Stati Uniti a modificare il suo atteggiamento, fino a ieri riluttante ad assumere precisi impegni di riduzione delle esalazioni nocive. La rappresentante del nuovo presidente Bush ha manifestato una certa disponibilità a collaborare nel progetto prefigurato nel protocollo di Kyoto. Però ha voluto introdurre nel documento di Trieste un vincolo che, se dovesse essere inteso in modo rigido, potrebbe risultare fatale. Il vincolo è questo: "Utilizzare le opportunità e i vantaggi offerti dal mercato e inviare al mercato i giusti segnali, sono importanti fattori per affrontare con efficacia i cambiamenti climatici".

E’ evidente che la riduzione delle emissioni di gas serra comporta profonde modifiche nel modo di produrre. Poiché il modo di produrre e commerciare obbedisce alle regole di mercato, non se ne può prescindere. Ma in queste regole, nel confronto fra costi e benefici, per far tornare i conti a medio termine bisognerà calcolare anche i costi rappresentati dai danni devastanti che i mutamenti climatici causeranno all’economia mondiale, e quindi alle singole imprese, oltre che alla vita delle popolazioni. E’ matura la cultura d’impresa per assimilare questa nuova categoria nella contabilità aziendale? Non impone, la crisi dell’effetto serra, una radicale revisione delle tradizionali logiche dell’economia di mercato? E ciò non tanto, o non solo, per ragioni umanitarie, ma appunto strettamente economiche.

Una revisione che in perfetta consonanza con l’idea che in una società civile ed economicamente equilibrata l’indice di sviluppo non è rappresentato tanto dall’incremento del PIL quanto piuttosto dalla sua equa distribuzione. O che i progressi della tecnologia siano utilizzati più che per accumulare profitti, per aumentare il tempo libero dal lavoro.

Utopie? Eppure, l’effetto serra…