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Altro che satira!

Il libro di Travaglio "L'odore dei soldi" pone quesiti inquietanti. Cui non si vuole assolutamente rispondere.

Su un punto i furiosi censori berlusconiani hanno ragione nella loro violenta protesta contro la puntata di "Satiricon" in cui il giornalista Marco Travaglio ha illustrato il suo libro " L’odore dei soldi": quella non era satira. La satira è uno sberleffo, uno scherno che, amplificando fino a distorcerli vizi o difetti veri, mira a biasimarli rendendoli ridicoli. Nel caso nostro non c è nulla di esagerato e c’è ben poco da ridere. Luttazzi e Travaglio ci hanno ricordato fatti che erano già noti, ma che attraverso la televisione hanno acquistato una più vasta risonanza. Il Cavaliere ed i suoi compari, che di televisione se ne intendono, sono insorti non tanto contro la presunta falsità dei fatti raccontati, quanto contro il mezzo che li ha rivelati. E’ contro la RAI che soprattutto si sono scagliati, chiedendo le dimissioni del Consiglio e minacciando di fare piazza pulita dopo che avranno vinto le elezioni.

Il libro di Travaglio e Veltri era già edito da alcune settimane, ma contro di esso non ho notizia che vi siano state reazioni così colleriche.

Quali sono i fatti riportati nel libro?

1. Nella seconda metà degli anni ’70 spuntarono, come i fiori in un prato, decine di società, che presentano tutte le caratteristiche di avere amministratori fittizi, di essere state dotate di capitali (in totale 115 miliardi del tempo) la cui provenienza resta ancor oggi del tutto sconosciuta, di convergere infine a comporre il gruppo Fininvest controllato da Berlusconi.

2. In un’intervista rilasciata il 21.5.’92 il dott. Borsellino, PM di Palermo che pochi giorni dopo verrà assassinato, riferisce che negli anni ’70 la mafia, attraverso il monopolio del traffico degli stupefacenti, accumulò capitali enormi e quindi, per risolvere il problema di come occultarli ed investirli, cercò "la vicinanza con certi finanzieri" del nord.

3. Negli anni 1974-5 per un lungo periodo soggiornò, con la famiglia, presso la residenza di Berlusconi in Arcore, certo Vittorio Mangano, con la qualifica di stalliere. Vi era stato introdotto da Marcello Dell’Utri, siciliano e stretto collaboratore di Berlusconi. Mangano era in realtà un boss mafioso, poi condannato all’ergastolo. Di lui Borsellino, nell’intervista citata, dice testualmente: "Le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia".

4. Il 10 giugno ‘94, appena costituito, il Governo Berlusconi emanò il decreto legge n. 357, la famosa legge Tremonti. Grazie a questa legge, Mediaset, la società del gruppo Berlusconi che controlla le reti televisive, ha risparmiato imposte per 243.694.921.458 lire.

Quattro fatti che, isolatamente considerati, di per sé non costituiscono reato e per i quali Silvio Berlusconi non è stato incriminato. Ma sono, solo per questo, irrilevanti? Vi ricordate Pompea, la moglie di Cesare, che fu ripudiata dal potente marito perché sospettata, solo sospettata, di avere ceduto alle insidie di Publio Clodio? Fu ripudiata perché "la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto". Ebbene oggi non è in gioco la moglie di Cesare, ma Cesare in persona. Non Cesare Previti, ma precisamente il suo capo che aspira ad insediarsi a palazzo Chigi.

La moglie di Cesare e, fuor di metafora, ancor più chi si candida a reggere il governo della Repubblica, deve essere al di sopra di ogni sospetto almeno per due ragioni. Anzitutto perché se chi ricopre un ruolo così elevato è circondato da ombre e sospetti ne risultano intaccate le basi etiche dell’autorevolezza delle istituzioni democratiche.

In secondo luogo perché le persone che operano a quei livelli difficilmente possono essere raggiunte dalle prove dei loro sospettati misfatti. Essi sono programmati ed eseguiti con sapiente circospezione in modo da non lasciare tracce rivelatrici. Nelle indagini che eventualmente seguono sono protetti dall’astuzia di esperti avvocati. Può persino accadere che si privino i magistrati dello stesso potere di indagare, come hanno fatto i senatori della Casa delle libertà, nell’ultimo giorno di legislatura, impedendo con l’ostruzionismo l’approvazione della legge sulle rogatorie in Svizzera che appunto, se approvata, sarebbe servita a penetrare nei misteriosi recessi dei conti bancari gelosamente custoditi in quel paradiso del riciclaggio di denaro sporco.

A me pare che Berlusconi non sia al di sopra di ogni sospetto, nemmeno come imprenditore. La nascita del suo impero porta il marchio di quei 115 miliardi del 1975 (equivalenti ad almeno 500 di oggi) di provenienza sconosciuta. Coincide con il tempo della ricerca, da parte della mafia, della "vicinanza di certi finanzieri del nord" per collocare gli imponenti capitali accumulati col traffico di droga. E’ coeva alla presenza nella sua casa di un boss mafioso amico di un suo stretto collaboratore. Se pensiamo alla disinvoltura con cui, appena entrato a palazzo Chigi nel 1994, ha risparmiato 250 miliardi con la legge Tremonti, è ragionevole il sospetto che eguale spregiudicatezza abbia avuto nel procurarsi anche i capitali con cui ha fondato il suo impero.

Certo, sono solo sospetti. E se fossero fondati?. Possibile che ci sia qualcuno disposto a correre un tale rischio?