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Vino, porfido e volontariato

Il patto territoriale della Val di Cembra.

Il mese scorso, a Cembra, è stato sottoscritto il protocollo d’intesa del patto territoriale dell’omonima valle. Vediamo di capire di cosa si tratta parlandone con Walter Nicoletti, che al progetto del patto della Val di Cembra partecipa come consulente della A.A.Ster, la società del sociologo Aldo Bonomi che ha tessuto accanto ai tanti soggetti della zona la complessa trama di analisi, percorsi e obiettivi posti alla base dell’iniziativa.

Il patto territoriale è uno strumento tipico della concertazione (come, ad esempio, i patti d’area sottoscritti tra sindacati e aziende per stimolare la crescita industriale di una zona particolare) che organizza il confronto tra parti sociali, categorie economiche, istituzioni amministrative e politiche. Un metodo, quello della concertazione, che ha caratterizzato tutti gli anni Novanta e che ha, tra le altre cose, favorito l’ingresso dell’Italia nel primo gruppo dei Paesi ammessi in Eurolandia. Di fronte all’oggettivo indebolimento della politica, lo scopo dei patti è quello, di unire tutte le forze economiche e sociali ma anche i nuovi soggetti, come il protagonismo dei sindaci, che possono portare verso un obiettivo ben determinato. La scommessa è quella di conciliare al meglio, senza prevaricazioni degli uni sugli altri, gli interessi di un territorio rafforzando le potenzialità locali.

Il metodo è stato via via affinato ed è divenuto strumento che ha trovato una regolamentazione normativa fatta di direttive europee e leggi nazionali tradotte a livello locale in legge provinciale. A fronte di obiettivi condivisi e compatibili con gli orientamenti generali delle varie normative, per i patti territoriali sono state accantonate anche apprezzabili risorse finanziarie pubbliche che, se opportunamente utilizzate, possono fornire uno stimolo significativo verso la crescita di aree deboli che una volta, tecnicamente, erano considerate depresse.

Ma come nasce il patto in Val di Cembra?

Non si è partiti da zero: alcune iniziative come l’annuale manifestazione del Müller Thurgau (vino la cui produzione valligiana raggiunge il 35 per cento dell’intera offerta nazionale), la rete di aziende del porfido che formano un vero e proprio distretto industriale, l’opposizione unitaria degli amministratori comunali contro la realizzazione della diga di Valda, l’attivismo delle associazioni come quelle delle Donne Rurali e della Ventessa, hanno contribuito a far nascere attenzione per una proposta di sviluppo complessiva e sostenibile. La crisi dei comuni di montagna, la necessità di dare nuova rappresentanza agli interessi di valle in vista della soppressione del comprensorio (poco amato in Val di Cembra) e la voglia di sviluppare un nuovo settore economico come quello del turismo rurale, hanno convinto molti, nella valle, a mettersi attorno al tavolo. Una società di consulenza, la A.A.Ster di Aldo Bonomi ha messo a punto la ricerca, un’operazione di ascolto durata alcuni mesi che utilizzando il metodo dell’intervista ha permesso di raccogliere e far emergere le istanze della Valle. Alla fine sono stati individuati i punti di forza e di debolezza del territorio ed i soggetti con i quali fare innovazione. E’ partita quindi la seconda fase, la concertazione vera e propria, nel corso della quale sono state affinate le tante richieste emerse nella prima parte del percorso e sono stati quindi sintetizzati gli obiettivi, i cosiddetti assi dello sviluppo locale.

Dopo la firma del protocollo con il quale le istituzioni pubbliche ed i soggetti privati che partecipano al patto si sono assunti impegni precisi, si passerà alle fasi successive: l’animazione /promozione, la progettazione ed infine la gestione delle iniziative nate dal patto tramite una società pubblico/privato che avrà sede a Faver.

Al tavolo della concertazione (così viene definito il luogo delle riunioni) siedono tre sindaci designati dagli undici comuni della valle, una rappresentanza delle associazioni del volontariato, delle casse rurali, dell’azienda di promozione turistica, i commercianti, gli artigiani, gli albergatori, l’Espo (porfido).

La Provincia si è impegnata nei confronti del patto della Val di Cembra con 18 miliardi di investimenti che saranno spesi per realizzare diverse iniziative, tra le quali si segnala un centro servizi a Faver, un parco fluviale lungo il basso corso dell’Avisio, il museo del porfido, la rivitalizzazione dei sentieri in vista della realizzazione di un parco rurale e la cablatura (posa di fibre ottiche per collegare i computer) di tutti i centri abitati. Ma il patto non ha trascurato le politiche formative: sono già iniziati i primi corsi per animatori rurali finanziati con i fondi europei e curati dall’Istituto agrario di San Michele, dall’Università di Trento e dall’Accademia di Commercio e Turismo.

Ma cosa cambia, chiediamo a Nicoletti, rispetto ai vecchi protocolli d’intesa degli anni Ottanta, visto che, qua e là, vengono avanzate richieste tradizionali come, per esempio, nuove aree fabbricabili per i soliti capannoni artigianali?

"E’ inevitabile, ma oggi, rispetto a ieri, la concertazione produce in ogni caso più razionalizzazione. Inoltre, la novità maggiore è che si sta mettendo in moto un progetto di sussidiarietà della struttura provinciale nei confronti del territorio ed il patto territoriale, se ben pensato e gestito, non può mai essere una semplice sommatoria di richieste corporative o di campanile. E’ piuttosto un processo di integrazione istituzionale, economica e sociale, fondato su una ragionata ricerca dell’identità di valle, rafforzata ma pronta ad aprirsi verso l’esterno sempre più competitivo.

Non va dimenticato, infine, che la Giunta Provinciale ha istituito un ufficio speciale per i patti territoriali, che lavora bene. Anche questa è una novità che fa la differenza."