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La trave della sinistra e la pagliuzza della Margherita

Vincenzo Calì

Mi ha molto sorpreso il giudizio così drasticamente negativo espresso da Walter Micheli (Un Trentino piccolo piccolo) sul tentativo posto in essere dalla Margherita trentina, cofondatrice della Margherita nazionale, di porre un argine al ritorno ai vecchi metodi di colonizzazione centralistica della defunta partitocrazia.

Una piena accettazione del principio federalista deve portare come logica conseguenza all’affermazione nell’Italia intera di partiti territoriali che abbiano fra di loro pari dignità: solo su questa base sarà possibile ogni qualsivoglia "mutuo soccorso" sulla questione delicata delle candidature, senza distinzione ovviamente fra quota maggioritaria e proporzionale.

Dovrebbe, questa logica, essere patrimonio comune, se non di tutti gli schieramenti politici, almeno delle forze che si richiamano all’Ulivo; sappiamo che così non è stato negli ultimi tempi, ad esempio per il partito dei democratici di sinistra, fermo ad una concezione "nazionale" che fa a pugni con la secolare storia stessa della sinistra trentina. Perché allora prendersela con la Margherita che su questo piano mostra di essere un passo più avanti degli altri partners ulivisti?

Appare poi alquanto debole fare riferimento alla diversa statura dei due candidati posti in contrapposizione, Mattarella e Grandi.

Credo che nessuna persona dotata di buon senso possa solo lontanamente pensare ad un Lorenzo Dellai non in sintonia con un uomo del profilo politico di Mattarella; la questione è se quella di Grandi avrebbe potuto essere una candidatura più adatta a cementare quelle forze moderate e autonomiste di valle senza le quali è pura utopia pensare, per il Trentino, ad un partito territoriale che possa tenere il passo con la SVP. Nel momento in cui andrà ridisegnata l’intera architettura regionale e stabilito un nuovo patto fra le due province vogliamo far dipendere la vittoria elettorale in Regione dal solo apporto del partito di raccolta sudtirolese?

Sarebbe bene che la variegata sinistra vecchia e nuova del Trentino, in quanto a candidature, guardasse prima alla trave nel proprio occhio che alla pagliuzza nell’occhio della Margherita; nulla di paragonabile al dibattito interno alla Margherita trentina è avvenuto all’interno della "sinistra plurale": basti pensare solo al fatto che l’area liberal-socialista é rimasta senza rappresentanza!

Il paradosso é che proprio dalla penna di Walter Micheli, che una sinistra trentina consapevole avrebbe dovuto candidare, vengano, a campagna elettorale aperta, così ingenerose critiche all’alleato margheritino.

Replica/risposta

Parliamo di due problemi diversi che si sfiorano solo accidentalmente, da qui probabilmente l’equivoco del dissenso. Sulla necessità di lavorare in Trentino - e non solo - per una sinistra plurale che abbia tra i suoi filoni culturali portanti quello del liberalsocialismo, siamo, con Vincenzo Calì, d’accordo da sempre: lo testimoniano, tra l’altro, il comune impegno in "Società Aperta" e nell’itinerario di "Costruire Comunità".

Che il federalismo democratico nella società, nella politica, nelle istituzioni sia di questo filone uno dei cardini culturali e politici è cosa utile da ricordare. E’ peraltro certo che non c’è approdo più lontano da questa concezione del federalismo di una deriva localistica, senza orizzonti e senza sbocchi, quale quella vista in casa della Margherita trentina nella fase preelettorale. Una deriva che è un rischio per il Trentino: per questo il dibattito e le decisioni sul tema non possono essere considerate "questioni interne" ad una sola parte politica. Per il resto, un testimone vivente e autorevole della tradizione liberalsocialista a cui ci richiamiamo, Vittorio Foa, ci ha recentemente richiamati a fare della campagna elettorale, l’occasione per dire parole schiette e non per praticare ipocriti silenzi.

Anche su questo con Vincenzo Calì abbiamo sempre convenuto e non credo che smetteremo di farlo ora.

Walter Micheli