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Un dopofestival con Cembran e Bozza

Direttore ed ex direttore del Festival della Montagna rispondono sulle prospettive della manifestazione. Film a soggetto sì o no? Dove finiscono tutti questi documentari? E’ vero che si vuole privatizzare il Festival?...

Non sarà il Festival di Sanremo (e per fortuna, aggiungiamo noi), ma del Festival della Montagna si occupano da anni quotidiani e riviste specializzate. Dei film proiettati quest’anno, però, si è detto e scritto poco, così abbiamo voluto approfondire questo aspetto parlandone con Antonio Cembran, attuale direttore della rassegna, e con Gianluigi Bozza, direttore del Festival fino al ’98 e attualmente membro della Commissione di selezione dei video in concorso.

Dal film "Ski-Everest 2000" di Janez Stucin.

La prima domanda, di rito, è per Cembran:

E’ soddisfatto di come sono andate le cose quest’anno?

"Sì, il bilancio è positivo. I documentari ed i film proiettati hanno risposto in modo assai soddisfacente alle problematiche attuali che sono una maggiore attenzione all’ambiente, nel suo rapporto con l’uomo e con lo sviluppo sostenibile. Sono stati presi in considerazione aspetti di carattere antropologico ed etnografico. A riguardo abbiamo inserito nella Commissione di selezione dei video anche un docente di Etnomusicologia per sgombrare il campo da tutto ciò che non era cultura, ma mero folklore."

Negli scorsi anni s’è privilegiata la presenza di film a soggetto, quest’anno i documentari. A cosa è dovuto questo cambiamento di strategia?

"Dipende dalla produzione. Quest’anno sono arrivati pochi film a soggetto e di fiction. Anche se la nostra non è certo accettazione passiva: su 219 pellicole visionate, quasi tutti erano documentari..."

E Bozza aggiunge: "Se il film è fiction, finzione, rompe con quella che è una delle caratteristiche del Festival. Deve esserci una relazione autentica con l’ambiente di cui si parla nella pellicola. Werner Herzog faceva film d’avventura in cui gli attori recitavano nei veri luoghi di ambientazione della pellicola, ma rimane un’eccezione".

Quindi si privilegiano i documentari per non "snaturare" il Festival?

Bozza: "Sì, piaccia o non piaccia è questa la strada. Che poi sia una scelta di nicchia non c’è dubbio, anche se già da qualche anno si tentano strade nuove. Non è pìù protagonista solo la montagna, ma l’esplorazione a tutto tondo".

"Sull'orlo del precipizio - La mia patria, la mia vita" di Hubert Schoenegger.

Il Festival è per tanti filmati una vetrina, ma poi che fine fanno? Hanno un loro circuito di distribuzione?

Bozza: "Gran parte dei documentari presentati al Festival sono prodotti da reti televisive che possono essere nazionali, ma soprattutto canali tematici. Quella documentaristica è una produzione completamente al di fuori delle sale cinematografiche. Questo non toglie che ci sia un mercato per questi filmati, che è appunto quello delle reti tematiche, delle pay tv. Esiste poi tutta una serie di prodotti, per esempio film brevi di arrampicata, che vengono proiettati sui maxischermi di aeroporti, stazioni, funivie..."

"Antartica.org" , il film vincitore di quest’edizione, tranne la giuria, ha entusiasmato ben poche persone. Un vostro giudizio.

Bozza: "E’ un film di genere. Per certi aspetti anche un po’ ridicolo, se pensiamo a cosa è stata l’esplorazione nel passato. I due protagonisti della pellicola viaggiano a piedi ma sono in collegamento satellitare, se hanno qualche problema basta una telefonata. La dimensione dell’imprevisto, del rischio, non c’è; questo più che un film di esplorazione è un film di viaggio."

Cembran: "E’ vero, questo è un film di avventura più che di esplorazione, però è importante esista ancora una forma di curiosità che spinge ad affrontare ambienti ostili, come può essere il Polo Sud".

C’è un problema che affligge il Festival. Le proiezioni serali sono sempre o quasi un successo, quelle mattutine e pomeridiani semideserte. Non si riesce a trovare una formula che coinvolga maggiormente il pubblico durante tutto l’arco della giornata?

Bozza: "La faccenda è complicata . Anche negli anni passati ci sono stati dei tentativi di coinvolgimento del pubblico, organizzando ad esempio dei pomeriggi naturalistici che potessero interessare anche le scuole, ma i risultati non sono stati incoraggianti".

Cembran: "E’ un problema di mentalità. Ho visto altri festival della montagna in Francia, Canada, Inghilterra e Spagna, e lì l’afflusso di spettatori è costante; il pubblico trentino invece risponde fino ad un certo punto alle nostre iniziative."

Visintainer, presidente della rassegna, vorrebbe "una maggiore autonomia organizzativa. Per questo si sta studiando una variazione dello statuto: da associazione culturale senza fini di lucro dovremmo diventare una Fondazione". Questo vorrebbe dire privatizzare il Festival?

Cembran: "Sì. E da un lato questa proposta risolverebbe dei problemi di tipo gestionale, perché il Festival diventerebbe a tutti gli effetti un qualcosa di molto simile ad un’impresa. Da un punto di vista culturale, invece, non so se si tratterebbe di un scelta vincente. Mi spiego: l’industriale imporrebbe tutta una serie di vincoli legati a logiche di mercato che non hanno niente a che fare con un meccanismo come quello del Festival che vuole e deve fare cultura. Mi troverei in difficoltà come direttore del Festival se un domani, invece che con un esponente del CAI o della SAT, mi dovessi confrontare per assurdo con un costruttore di impianti sciitistici in Val Jumela..."

Voi del Festival che cercate di salvaguardare l’ambiente e l’impiantista invece farebbe pressioni in senso contrario... Conflitto d’interessi?

"Sì, ci sarebbe un conflitto. Personalmente quando si fa cultura preferisco il soggetto pubblico. Questo non significa che il socio privato sia di serie B, e quello pubblico di serie A. Sono stato in una giuria, al Festival di Autran in Francia, composta dal direttore di Geographic Magazine e da due registi- produttori. Nella valutazione dei film mi sono trovato a disagio, perché si seguivano esclusivamente logiche di mercato..."

Un’ultima domanda: è vero che si vorrebbe creare a Trento un Polo della Montagna?

"Sì, è vero, ma al riguardo sono piuttosto scettico. L’ho detto anche ai soci del Festival che poi sono il sindaco di Trento, quello di Bolzano, e il CAI.

Trento non può aspirare a diventare capitale della montagna, può semmai diventare capitale del cinema di montagna, potendo già contare su una sede storica unica e riconosciuta, ma la cultura della montagna è un’altra cosa. La si trova radicata a Torino dove c’è il museo del cinema, il museo"Duca degli Abruzzi", l’Università con il suo Dipartimento tecnologico e scientifico. Lì, paradossalmente, si respira aria di montagna. Trento non può rincorrere ruoli che non sono nella sua storia".

Per un’analisi complessiva dei film proiettati in questa edizione del Festival, rimandiamo il lettore all’articolo di Ge. Be. a pag. 48-49.