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Cervi dello Stelvio: si prepara la mattanza?

“Poveri animali morti di fame! - dicono i cacciatori - Abbiate pietà, fateceli ammazzare!”

All’interno del parco dello Stelvio si sta discutendo da anni della presunta eccessiva presenza di cervi sul territorio: questo aspetto riguarda in modo particolare gli ambiti trentini e altoatesini del parco, in modo insignificante l’area lombarda.

I cacciatori e quella parte del mondo contadino che sostiene in modo determinante la SVP stanno usando l’argomento per accentuare l’aggressione ai valori del parco. Questi affermano che i cervi stanno danneggiando in modo irreparabile le possibilità di rinnovamento degli ambiti boschivi, stanno diffondendo malattie, o più banalmente che la loro presenza caccia i caprioli e altra fauna selvatica. Durante questo inverno particolarmente ricco di precipitazioni nevose, i cervi dello Stelvio hanno subìto una situazione di stress alla quale non erano più abituati da anni. Con la difficoltà di alimentarsi, con una indubbia presenza importante di questa fauna, nella totale assenza di predatori naturali, alcuni capi sono morti per sfinimento. Non poteva esserci migliore occasione per i cacciatori di rilanciare la possibilità di cacciare nel parco, di far leva sull’emotività per costruire un falso pietismo verso questi animali morti di fame.

Il discorso dei cacciatori è semplice: non è accettabile la morte per fame: i cervi preferiscono trovarsi fucilati, è più umano...

Da anni l’argomento è all’ordine del giorno del parco. Nel recente passato sono stati fatti degli abbattimenti sanitari gestiti dai servizi forestali, sia in Trentino che in Alto Adige. Dai capi abbattuti sono stati prelevati organi per approfondire gli studi sullo stato di salute dei cervi e sono state aumentate le percentuali di abbattimento esterne al parco in tuta la valle di Sole e valle di Non. Non appena sarà approvato il Piano faunistico provinciale, la Provincia avvierà un monitoraggio completo della situazione della presenza del cervo sul territorio, valutando in modo scientifico gli aspetti positivi e i limiti della struttura della popolazione. Ma non è questo l’obiettivo dei cacciatori: l’obiettivo è politico, si deve demolire il principio del divieto di caccia nei parchi e nelle foreste demaniali, quindi anche a Paneveggio.

Ma se è vero, come è vero, che la popolazione dei cervi nel parco dello Stelvio è imponente, come si può intervenire? Innanzitutto va detto che la natura trova sempre meccanismi di riequilibrio anche imprevedibili e non è uno scandalo la presenza di focolai di malattie sul territorio: anche la malattia è un percorso della vita, nostra e della fauna selvatica.

E’ tutto aperto il capitolo dei predatori naturali. Sono stati i cacciatori, o il cacciatore-agricoltore la causa principale della scomparsa dei predatori naturali dalle Alpi. E’ il cacciatore-bracconiere che nel Trentino orientale ha impedito con il piombo il diffondersi della presenza della lince e che ancora oggi guarda con diffidenza l’avvicinarsi dell’orso, del lupo, o di altri selvatici, fra i quali i rapaci. E’ il cacciatore che a tutt’oggi anche esternamente alle aree tutelate impedisce l’affermarsi delle aree di bramito del cervo. L’area di bramito è una determinata superficie dove il cervo maschio dominante abitualmente richiama nel tardo autunno le femmine per l’accoppiamento. E’ solo in presenza delle aree di bramito, e quindi tutelandole con divieti di caccia, che si può cominciare a comprendere e quindi a strutturare meglio le popolazioni di cervidi per classi di età e di sesso.

I cacciatori conoscono questi aspetti tecnici, ma animati come sono da una cultura egoistica e prevaricatrice, rifiutano di affrontare questi temi in modo sereno confrontandosi con la scienza reale e la cultura ambientalista. Oggi come ieri preferiscono diffondere cultura e presunta conoscenza con frasi ad effetto lanciate nelle fumose sale dei bar di periferia o nelle liti che regolarmente scoppiano nelle assemblee delle riserve di caccia.

Quanto alle associazioni ambientaliste, esse mantengono forte il loro no alla caccia dentro i parchi naturali e stanno chiedendo inutilmente nel Trentino che il divieto venga esteso anche dentro i parchi provinciali, o almeno in aree faunisticamente significative di questi parchi.

Infatti un parco ha un senso forte se sul quel territorio non c‘è caccia.

E’ sempre più significativa e ampia quella parte di cittadini che chiede di poter incontrare animali non spaventati, di poter avvicinare in modo naturale caprioli o marmotte, di poter leggere una natura che non venga giornalmente umiliata dalla forza e dal potere dell’essere umano.

Questa parte di popolazione non trova ancora cittadinanza nella politica: lo dimostrano gli atti amministrativi sulla Val Jumela, lo stanno a dimostrare le decisioni in materia faunistica del presidente Dellai. Ma quel che è più grave è che queste sensibilità stanno per venire cacciate anche dai territori sulla carta tutelati come parchi: processi che, del resto, già avvengono in modo pesante nelle regioni governate dalla destra, come la Liguria (vedi l’ultimo caso di Portofino) e specialmente la Lombardia, ma presenti anche laddove al governo vi sono coalizioni di centro-sinistra.

Ad altri livelli si sta lavorando per istituire grandi parchi di valenza europea: la pianificazione del futuro parco dell’Appennino, APE, con l’ampliamento del parco d’Abruzzo è ormai avanzata. Mountain Wilderness sta proponendo due grandi parchi internazionali nelle Alpi: il primo riguarda il massiccio del Monte Bianco, il secondo riguarda anche noi, poiché verrebbe a comprendere i parchi dello Stelvio, dell’Engadina, delle Orobie, dell’Adamello-Brenta, dell’Adamello lombardo. Oltre 250.000 ettari di territorio tutelato, una scommessa di civiltà semplicemente straordinaria.

Quanto sta avvenendo sulle questioni faunistiche nello Stelvio non lascia spazio all’ottimismo.

Gli attacchi più feroci ai parchi sono sempre partiti dal mondo venatorio e attraverso questi temi sono state sollevate le ribellioni delle popolazioni locali.

In questi mesi in valle di Sole si sta giocando in modo pericoloso con l’emotività sollevata dalla morte di qualche decina di cervi per sfinimento.

Un gioco consapevole, che unito al lavoro politico della SVP, delle destre e di Dellai può portare alla definitiva banalizzazione del parco nazionale dello Stelvio.