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Elezioni in Trentino: proprio tutto bene?

Giorgio Rigo

L’atteso e temuto indebolimento elettorale della "gamba" sinistra della maggioranza provinciale, non si è verificato. Il contemporaneo flop centrista e il non esaltante risultato della Margherita sembrerebbe fugare ogni ipotesi di cambio di maggioranza. Un’occasione eccezionale, viste le dinamiche nazionali, per rilanciare l’azione politica - da troppo tempo ormai - appannata e appiattita sulle logiche mestieranti e di piccolo cabotaggio della Giunta provinciale.

Il comportamento elettorale è stato comunque estremamente chiaro: l’elettorato dell’affarismo e della depredazione del territorio ha votato "destra" e, specificamente, Forza Italia (si veda la val di Fassa e la Rendena), completamente indifferente ai cedimenti della sinistra e per nulla affascinato dal protagonismo della Margherita a proporsi come tutore di qualsiasi devastazione del territorio, anche con la mediazione ladina. Detomas ha rischiato grosso proprio tra il suo elettorato di valle, che gli ha preferito in gran massa l’impresentabile Fontan.

Per contro, l’elettorato di sinistra, laico, ambientalista, ha stretto i denti, turato il naso ed altri orifizi e - ancora una volta, soggiacendo alla logica dell’obtorto collo - è andato a firmare non un berlusconiano contratto, ma una cambiale in bianco a sostegno di quel minimo di rappresentanza politica che possa ancora costituire una speranza.

Le discussioni che hanno preceduto il voto - sostanzialmente rivolte a DS e Verdi, visto che di candidature laiche si era ormai persa la traccia - avvenivano all’insegna di una richiesta quasi disperata: "Dite qualcosa che possa confortare l’attesa di un sussulto di protagonismo politico, di un affrancamento dal tatticismo e dalla bassa cucina dellaiano-grisentiana, manifestate l’emergere di una proposta, di una ripresa di radicamento sociale e cominciate a ricostituire la base per arrivare al rinnovo del governo locale tra due anni".

Un fragoroso silenzio prima del voto e pochi sussulti dopo. E anche questi non esaltanti.

Proprio per questo prolungato silenzio "prima", provoca non poco fastidio l’entusiasmo manifestato "dopo" per un rischio scampato, il cui merito sta tutto nella pazienza e caparbietà di un elettorato ancora una volta piegato dalla logica della necessità.

Anche se lo può sembrare, il risultato conseguito dai DS non è né un cinque+uno al superenalotto, né una botta di fortuna al "gratta e vinci". È un mandato politico con l’elastico, sull’orlo della disillusione molto più di quanto si creda e non lontano da quella significativa componente di chi si è collocata oltre l’orlo del disimpegno, in dosi molto più massicce di quanto si voglia riconoscere nell’intero paese e solo di poco minori anche in provincia.

Quel 14,6% dei DS, il 2,3% della Kuri o - con matrici diverse - il dato di di Pietro, sono il risultato delle uniche "cose" votabili. Nulla di più errato - quindi - del considerarlo come un dato acquisito.

In non pochi abbiamo accolto con qualche soddisfazione e attesa le dichiarazioni di Margherita Cogo e, seppure più abbottonate, quelle di Mauro Bondi, che lasciavano presagire qualche riflessione coraggiosa e rivolta politicamente al futuro. Timida aspettativa alla quale si è subito sostituito il malcelato fastidio derivante dalle affermazioni di Olivieri, per altro non dissimili da quelle di poco precedenti di Marco Boato, i quali si sono subito eretti a paladini della normalizzazione dellaiana della vittoria elettorale.

Evidentemente soddisfatti di un loro personale protagonismo, non riescono neppure a scorgere i contorni della marginalità politica in cui sono collocati, dell’irrilevanza di proposta politica riservata alla loro parte, qui come a Roma.

La sinistra deve compiere la riflessione che sono ampi i settori della società trentina riformista e progressista che chiedono di essere rappresentati degnamente, e molta parte di essi si è collocata sia nella protesta dipietrista, sia nell’area del non voto. Per riconquistarli è indispensabile una proposta politica riconoscibile, un impegno ad aggregare l’intera area del riformismo democratico e portarla fuori dalle secche della sudditanza ai piccoli centri di potere e corporazione nelle quali è caduta dopo due anni di governo provinciale.

Certo, si può anche far finta di non vedere, ci si può convincere che tutto è andato e vada nel migliore dei modi, ci si può anche illudere di aver messo in campo gli uomini migliori (senza neppure valutare che, solo per fortuna, i competitori erano anche peggio). Così facendo però non si fa politica, ci si incammina verso la prossima ricevitoria del "gratta e vinci". E non va sempre bene, soprattutto per chi deve trovare - di volta in volta - le ragioni per infilare la scheda nell’urna.

Giorgio Rigo è segretario della sezione trentina di Italia Nostra.