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Un popolo di fantasmi

4000 villaggi abbandonati, foreste, coltivazioni e pascoli distrutti, mine dappertutto. Così il governo turco tenta di cancellare la millenaria civiltà kurda.

Khalida Messaoudi

La strada che da Dyarbakir (Amed in kurdo) porta a Van, capitale dell’antichissimo regno dell’Urartu, si snoda tra una distesa infinita di verdi colline che all’improvviso dischiudono alte catene montuose. Per secoli queste montagne hanno costituito il grembo protettore del popolo kurdo dai suoi nemici. Oggi in ogni città, villaggio, pugno di case c’è una caserma, un avamposto militare o un mezzo corazzato.

Sono in Kurdistan assieme alle numerose delegazioni che da tutta Europa partecipano al Newroz, il capodanno kurdo. Per noi è un’occasione per incontrare i rappresentanti delle associazioni e dei sindacati e, insieme, un impegno: far sapere all’Europa cosa succede da queste parti e continuare al tempo stesso a tessere un filo diretto di solidarietà con la popolazione kurda, in risposta all’omertà delle nostre élite politico-finanziarie.

È imponente il dispiegamento di forze ostentato dallo stato turco. Dei numerosi villaggi di pastori e contadini che da sempre colonizzano l’alta Mesopotamia, sono rimasti solo ruderi anneriti o paesi fantasma da dove gli abitanti sono stati cacciati e ridotti a profughi lungo le strade della Turchia o alla periferia delle città. Dieci anni di guerra hanno causato l’abbandono di 4000 villaggi, la distruzione di pascoli, foreste, coltivazioni; vaste aree sono ormai irrecuperabili a causa della disseminazione di mine anti-uomo. E non è escluso che tra le armi Nato usate nella sporca guerra contro i kurdi ci siano anche testate a uranio impoverito. Molti terreni risultano compromessi per qualsiasi attività produttiva, decine di migliaia di vacche sono state abbattute dall’esercito e l’allevamento, che era la risorsa più importante della regione, è ormai al collasso. La Turchia, che fino agli anni novanta esportava vacche, oggi è costretta a importarne per soddisfare la domanda interna.

L’economia di guerra ha generato illegalità e corruzione. L’impunità garantita a militari, paramilitari e polizia che operano in Kurdistan ha favorito attività mafiose di ogni tipo: dal traffico di armi e droga, al contrabbando di beni archeologici. L’impunità (anche se non palesemente legale) di cui godono gli apparati del terrore spinge alla formazione di bande, che attraverso tangenti, espropri, violenze sessuali e assassinii costringono i residenti alla fuga. Si distrugge così il tessuto sociale e si rafforzano i clan, le strutture più feudali della società kurda, che non consentono alcun tipo di sviluppo. Una politica che si ripercuote come un boomerang sull’economia turca: il 25% della produzione è perduta a causa della distruzione ambientale, mentre i profughi che arrivano nelle città determinano una crescita della disoccupazione e un aumento verticale dei consumi, che un’offerta estremamente povera non riesce a soddisfare. Istanbul (con i suoi 2.5 milioni di profughi è la più grande città kurda al mondo), Adana, Smirne, Ankara con la loro cintura di baracche sembrano grandi villaggi piuttosto che metropoli. Il costo totale della migrazione forzata è molto superiore a quello indicato dalle cifre: sono infatti stati distrutti l’armonia sociale, la stabilità e la pace tra gli abitanti del paese. Sono molte le domande rivolte al governo centrale da parte delle singole amministrazioni, sia turche sia kurde, circa la devastante crisi economica. Perché - si chiede la gente - sono state chiuse le banche più importanti, nonostante l’enorme flusso di soldi che piove dall’estero nelle casse statali?

Ma dal governo non arriva alcuna risposta.

I profughi che arrivano nelle città si ritengono fortunati se riescono a trovare un vecchio ovile in cui vivere, anche se devono condividerlo con numerose altre famiglie. I più fortunati, poi, riescono costruire una baracca e coltivare un orto. Ultimamente lo stato ha cercato delle soluzioni per i profughi, sia costruendo piccoli appartamenti (due camere e una cucina dove vivono più famiglie; una famiglia kurda è formata da 10-15 membri), sia proponendo a coloro che dichiarano di essere scappati a causa del terrorismo di tornare a ricostruire i propri villaggi. Ma non si sa con quali soldi.

Un episodio di qualche mese fa chiarisce molto bene qual è la consapevolezza del problema profughi nella società turca. Un professore dell’università di Ankara, incaricato dal governo di redigere uno studio sulla situazione dei migranti interni (ovvero dei rifugiati) nel sud-est anatolico, si è presentato al Gocder, l’unica organizzazione che si occupi dei rifugiati della guerra in Turchia, chiedendo informazioni. Grande è stato il suo stupore nello scoprire che l’attività capillare dell’associazione consentiva di raccogliere ogni sorta di informazione sui profughi. "A chi avete inviato tutte queste informazioni?" - ha chiesto il professore. "Le abbiamo mandate al governo e alle istituzioni europee" - è stata la risposta. Il professore è rimasto scioccato e ha chiesto di lavorare con l’associazione per poter compiere il proprio studio. In maniera nascosta s’intende, perché una simile collaborazione è illegale.

Un altro esempio illuminante della miopia della politica del governo turco è rappresentato dalla diga di Ilisu, una delle più grandi al mondo. Lo sbarramento del Tigri e dell’Eufrate, oltre che costituire un’arma puntata contro Siria e Iraq, seppellirà per sempre un vastissimo territorio già ricco di insediamenti umani e di resti archeologici, che ci ricordano che l’Alta Mesopotamia è la culla della nostra storia. Per tale ragione nel ‘78 il ministro turco della cultura ne decretò la tutela e ora il governo lo sommerge insieme alle abitazioni di 50.000 contadini poveri che sono stati deportati senza ricevere alcun indennizzo.

Le gravi conseguenze politiche sui processi mediorientali, le estese violazioni dei diritti umani, il disastroso impatto ambientale (zone aride trasformate in acquitrini), hanno convinto anche la Banca Mondiale a ritirarsi dal progetto. È evidente che il conflitto in Kurdistan lascerà un deserto di distruzione in eredità allo stato turco, ed è chiaro che l’unico disegno che esso persegue ormai da settant’anni è il genocidio del popolo kurdo.

Tutti i kurdi, dai reclusi murati vivi nelle celle fino ai profughi dei sobborghi, per il Newrotz hanno danzato attorno ai fuochi che Kawa accese per annunciare alla sua gente la liberazione dal tiranno. Due milioni di persone sono accorse là dove la festa era consentita, ma anche dov’era proibita. Due milioni di persone che, di fronte a numerosi osservatori europei, hanno gridato: viva il presidente Apo, viva il processo di pace. Due milioni di fantasmi per i mass media europei che non hanno scritto un rigo, come se la pace in Kurdistan e in Medio Oriente fosse una questione che interessa solo la Turchia e non anche la stessa Europa, il cui silenzio non fa altro che alimentare le provocazioni scioviniste del partito della guerra.

Il 15 agosto dello scorso anno, per ricordare il primo attacco del Pkk a una postazione militare, l’aviazione turca ha bombardato Kendaxor, un piccolo villaggio di pastori oltre il confine turco, in Iraq. Ci sono stati 40 morti, tutti civili, e numerosi feriti. Il parlamento europeo chiamato a prendere posizione non ha detto niente. Il 21 marzo il popolo Kurdo ha ancora ballato sfidando il moderno Dohuk.

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