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Crisi di giunta: l’inizio della fine

L’evidente fragilità di Dellai, l’avanzare dell’alternativa Kessler. E il rischio di estinzione per i Ds.

E’ bastato che il neo onorevole Gianni Kessler avanzasse alcune (scontate) critiche alle ultime nomine di Dellai all’Itc, perché si aprissero le cateratte: "Kessler si candida come anti-Dellai", "Lorenzo l’ex-Magnifico", ecc.

Il neo-onorevole Giovanni Kessler, oggettivamente assurto a leader alternativo all'ormai logoro Dellai.

La cosa non ci sorprende. Contrariamente a quanto altri paventavano, avevamo individuato nella candidatura Kessler una nuova potenziale leadership, in ogni caso antitetica alla presidenza Dellai. E in questi pochi mesi tale convinzione è stata confermata dal lavoro del neo-deputato, in particolare sul conflitto d’interessi di Berlusconi, e soprattutto su Genova e la difesa politico-legale della democrazia e dei manifestanti trentini picchiati e oltraggiati. (Al contrario, che fine ha fatto il Dellai anti-globalizzatore, quello che nei pochi giorni del conformismo pro-Genoa Social Forum dichiarava "Anch’io andrei a Genova, se potessi"?)

Non ci stupisce quindi la crescita di un certo consenso popolare attorno alla figura di Kessler. Né i paralleli, sotterranei tentativi di delegittimazione da parte dell’apparato della Margherita, che ormai parifica l’ex-magistrato ad altri pericolosi sovversivi come Vincenzo Passerini e Walter Micheli.

Il vice-presidente della Giunta Regionale Tarcisio Grandi, ormai ex-alleato di Dellai.

Stupisce invece, l’improvvisa fragilità dimostrata dall’immagine di Dellai, subito percepito come pericolante, attaccato frontalmente dall’ex-alleato Tarcisio Grandi, contestato dalla margheritina Marta Dalmaso, e messo in discussione perfino dai sindaci di valle.

Il fatto è che, oltre alla sempre grave e dolente partita ambientale, l’operato del presidente si dimostra verticalmente carente anche in altri settori. A cominciare da quello economico.

Ha ragione Marta Dalmaso a ritenere inaccettabile la nomina a presidente della Trento-Malè di un maestro elementare (però sponsorizzato dal superassessore Silvano Grisenti); quando poi il maestro si autonomina anche amministratore delegato, e come primo atto dichiara che non si parla più della fusione/razionalizzazione con l’Atesina (ne andrebbe della sua duplice poltrona), è chiaro che i programmi di coalizione e il risanamento degli enti pubblici, contano zero: quello che conta è sistemare luogotenenti e soddisfarne gli appetiti.

Se a questo aggiungiamo le contestate nomine dell’Itc (contemporaneamente il presidente Bonvicini che propugna una visione dell’ente, e il prof. Leonardi, che propugna l’opposto; il prof. Zanotti, che intende l’Itc come incubatore della futura facoltà di teologia, e il prof. Zucal, contrarissimo a teologia; più l’onnipresente Diego Schelfi, dellaiano di ferro e a capo di Delta Informatica; più un paio di giornalisti dalle inesistenti credenziali scientifiche ma in quota ai partitini), vediamo che anche nel sempre mitizzato settore della ricerca, la Giunta non ha progetto alcuno. E i discorsi potrebbero continuare su Tecnofin, Agenzia dello Sviluppo, Informatica Trentina, istituti di rilevante importanza, lasciati marcire in attesa di progetti che mai arrivano, e di nomine su cui si lavora per raggiungere un consenso clientelar-partitocratico.

In questo quadro, la coalizione di maggioranza penosamente si difende, cercando di scaricare le colpe sul Consiglio provinciale che non funziona, e sulle opposizioni che praticano l’ostruzionismo.

Le bugie hanno le gambe corte (vedi Si fa presto a dire ostruzionismo). Quasi tutti i provvedimenti di cui parliamo sono amministrativi, e non necessitano di passaggi in Consiglio. E in ogni caso, pur con la scarsa simpatia per la sgangherata opposizione di centro-destra, è la maggioranza a non fare il suo dovere: mai è stata indetta una sessione del Consiglio ad oltranza, in notturna, è la maggioranza stessa che propone continui rinvii con le scuse più disparate. L’ostruzionismo del centro-destra è un alibi: è il centro-sinistra che non esiste, frantumato al suo interno per mancanza di progetti condivisi.

In questo quadro il più fedele supporter di Dellai è la stessa sinistra. I gruppi dirigenti dei DS, dopo la batosta della Jumela, hanno (implicitamente) deciso: dei programmi non parliamo più, altrimenti Dellai si arrabbia e mettiamo a rischio la coalizione, ossia le nostre poltrone. Abbandonate le idealità, non è rimasto niente.

Ma le cose non sono così facili. Se l’insieme dei diessini militanti (consiglieri, assessori, sindaci e personale di rincalzo) hanno come stella polare la poltrona, non è così, ovviamente, per gli elettori. Né per le varie associazioni (ambientalisti anzitutto, ma anche sindacato) che costituiscono l’humus soprattutto culturale che orienta ampie fasce di elettorato. Fasce ormai attratte, o per lo meno incuriosite, dall’esperienza di Costruire Comunità, l’associazione promossa da Micheli e Passerini, che da culturale si sta facendo sempre più politica, con il parallelo progredire della crisi di Dellai e dell’acquiescenza diessina.

Se a questo aggiungiamo il crescere di una nuova cultura e opposizione, quella dei no-global, ancora confusa ma potenzialmente molto vasta (in 500 da Trento sono andati a Genova) e sicuramente allergica al neo-doroteismo dellaiano, è chiaro che il futuro non può riservare che profondi mutamenti.

E allora i DS devono stare attenti: il loro prossimo congresso, se dovesse certificare l’attuale compiaciuta contemplazione del pieno di poltrone e del vuoto di azione di governo, rischia davvero di essere l’ultimo.