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La dittatura del capitalismo

Edward Luttwak, Turbocapitalism. Winners and Losers in the Global Economy, Harper Collins, 1999. Traduzione italiana: La dittatura del capitalismo, Mondadori, Milano.

Le recenti vicende di Genova hanno definitivamente consolidato la popolarità di un termine - globalizzazione - che ormai occupa stabilmente un posto di rilievo nelle prime pagine di tutti i media. Definire il concetto di globalizzazione non è facile, soprattutto perchè questo termine è caratterizzato da una forte connotazione ideologica e di conseguenza è in realtà uno strumento finalizzato alla critica della stessa realtà che vorrebbe descrivere. Tuttavia i temi che vengono portati all’attenzione dell’opinione pubblica dal dibattito sulla globalizzazione sono tutt’altro che nuovi.

Per analizzarne alcuni da un punto di vista un po’ diverso da quello usuale, è interessante rileggere a tre anni di distanza un libro uscito nel 1999. Si tratta de "La dittatura del capitalismo", di Edward Luttwak. L’autore è uno studioso di geopolitica e di questioni militari, ma qui come in altri interventi si spinge nel campo dell’analisi sociale. Luttwak in questo libro inventa un neologismo che ha avuto un certo successo, quello di turbo-capitalismo. E’ un termine che per molti aspetti è sovrapponibile al concetto di globalizzazione, e nello stesso tempo è più esteso dal punto di vista del contenuto concettuale. Il "capitalismo con il turbo" è la forma assunta negli ultimi anni dallo sviluppo economico nei paesi più avanzati. La sua specificità è la velocità, ben maggiore di quella che in passato aveva lo sviluppo capitalistico tradizionale, che Luttwak definisce "capitalismo regolato".

Le condizioni che rendono possibile questo accelerazione sono principalmente due. La prima è la globalizzazione in senso stretto, cioè l’unificazione dei mercati mondiali ottenuta con la rimozione di ogni genere di barriera ai commerci, negoziata principalmente dai governi degli Stati Uniti tramite il WTO. Gli Stati Uniti, grazie alla loro posizione politica dominante, hanno saputo imporre a tutto il mondo il dogma che dal libero scambio tutti possono solo guadagnare (una dottrina tutt’altro che nuova: la Gran Bretagna la fece sua già due secoli fa agli albori della rivoluzione industriale).

La seconda condizione invece è un aumento nella velocità dello sviluppo tecnologico, soprattutto nell’ambito delle tecnologie informatiche. Ma secondo Luttwak la globalizzazione e il turbo-capitalismo non sono un problema che riguarda gli abitanti dei paesi poveri: sono i cittadini di paesi come gli Stati Uniti che ne sono i promotori più determinati ad esserne danneggiati. Lo sviluppo economico aumenta in modo inarrestabile, ma la condizione dei lavoratori dei paesi sviluppati peggiora.

E’ vero che le statistiche sembrano dimostrare che la disoccupazione negli USA diminuisce, ma secondo Luttwak i nuovi posti di lavoro creati dal turbo-capitalismo sono nella maggior parte dei casi di qualità peggiore (dal punto di vista retributivo e delle condizioni di lavoro) rispetto ai vecchi posti del capitalismo tradizionale che vengono distrutti dalle nuove tecnologie. E’ vero che quelli che Luttwak chiama "i nuovi Titani", cioè le aziende ad alta tecnologia e della new economy sono cresciuti in modo straordinario, ma la loro crescita in termini di fatturato non si accompagna ad una pari crescita in termini di occupati: "I Nuovi Titani... totalizzano nell’insieme 128.420 dipendenti, vale a dire neppure un quinto degli occupati presso la sola General Motors". In altri termini, mentre da un lato l’innovazione tecnologica distrugge molti posti di lavoro stabili e ben retribuiti nelle industrie tradizionali, dall’altro ne crea un numero minore nelle industrie ad alta tecnologia. Il resto dell’occupazione viene creato nel settore dei servizi a basso valore aggiunto, che negli Stati Uniti tradizionalmente hanno condizioni di lavoro peggiori degli altri settori (si pensi a questo proposito al modello McDonald’s). Il che tende a sfatare un dogma del pensiero economico per cui il progresso economico riesce sempre a mantenere un equilibrio tra i posti di lavoro che cancella e quelli che crea.

Luttwak nota che "le tecnologie dell’informazione sono degli ‘inghiottitoi’ di lavoro, come li chiamerebbe un geologo: distruggono milioni di posti di lavoro impiegatizi, in misura crescente amministrativi, mentre a loro volta offrono ben poca occupazione. Ne consegue che la tesi del cambiamento strutturale all’insegna di un felice equilibrio è completamente fuori strada: se la General Motors non ha più bisogno di voi perché è più automatizzata, la Microsoft non vi darà un impiego."

In occasione del G8 di Genova si è scritto molto di globalizzazione e sviluppo. Secondo molti commentatori la soluzione del problema va cercata nelle istituzioni democratiche che devono tracciare una strada per una "globalizzazione dal volto umano".

Luttwak nel suo libro mostra di essere scettico e non dà molto credito alla capacità delle istituzioni politiche di controllare e gestire seriamente gli aspetti più dannosi del turbo-capitalismo. A questo proposito nota come "perfino quando qualche leader politico critica alcune conseguenze specifiche del turbo-capitalismo, non ne contesta mai i principi, non tenta in alcun modo di ostacolarne gli effetti, ma ne incoraggia invece l’ulteriore avanzata. In questo modo, nel 1995, il presidente Clinton deplorava pubblicamente nei suoi discorsi l’ondata di licenziamenti in massa annunciati dalla At&T. Al contempo, tuttavia, l’amministrazione Clinton caldeggiava in toni entusiastici l’approvazione, da parte del Congresso, del Telecommunications Deregulation and Competition Act, la legge sulla liberalizzazione e la concorrenza nel settore delle comunicazioni. È’ un classico caso di falsa consapevolezza: in realtà il presidente Clinton stava deplorando le conseguenze stesse dell’operato della propria amministrazione".

In conclusione, la lettura di questo libro può fornire una serie di utili suggestioni per orientarsi all’interno del dibattito sulla globalizzazione. Dibattito che tende a concentrarsi soprattutto sull’impatto dell’accelerazione dello sviluppo economico sulle condizioni di vita dei paesi poveri. Se le ipotesi di Luttwak sono fondate, un po’ dovrebbero preoccuparsi anche molti tra gli abitanti dei paesi ricchi, almeno quelli che non fanno parte delle ristrette élite che controllano l’economia globale.

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L’autore: Edward Luttwak è stato consulente del Segretario alla difesa, del Consiglio per la sicurezza nazionale e del Dipartimento di stato degli Stati Uniti. E’ membro del Gruppo di studio per la sicurezza nazionale del Dipartimento della difesa e membro associato dell’Istituto del Ministero delle finanze giapponese per la politica fiscale e monetaria. Insegna a Berkeley, Yale e in vari istituti militari.