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Macchè dimissioni, ci vuole la ruspa!

Franco Tretter e il suo stretto legame con la poltrona in Consiglio provinciale...

"Quando uscì allo scoperto la vicenda degli orologi, chiesi le sue dimissioni. E Tretter mi rispose che la giustizia avrebbe dovuto prima compiere il suo corso. Ora alla condanna in corte d’appello per il furto di orologi e a quella in Cassazione per le minacce si aggiunge quella in Tribunale per peculato, per aver fatto shopping con i fondi pubblici. Cosa aspetta a questo punto Tretter a dimettersi?”

Così Vincenzo Passerini, all’indomani della condanna di Tretter, reo di aver acquistato, con i soldi che avrebbe dovuto usare per attività di partito, dei capi di abbigliamento e degli oggetti di oreficeria. Ma Tretter non si scompone e commenta: “Il diessino Passerini si è espresso con durezza, ma è Passerini, lo doveva fare”. Già il solito lunatico con la fissa della questione morale…

Sul merito, poi, Tretter non ha difficoltà a chiarire le cose: i vestiti, dice, non erano certo per lui: “Non per vantarmi, ma io non indosso vestiti da 200.000 lire… Visto il mio ruolo, è una questione di decoro… Li ho acquistati per due raccoglitori di mele polacchi che si dovevano sposare”.

E la gioielleria? “Erano dei regali da fare a ragazzi ciechi e persone con handicap”.

Va bene, ma visto che non si trattava di spese “politiche”, perché non ha pagato di tasca sua?

Un semplice disguido che può capitare a tutti: “L’asssegno usato è stato quello del gruppo ma per un banale errore. Io ho sempre nel portafoglio due assegni per le emergenze. Uno personale e uno del gruppo. Evidentemente in quell’occasione mi sono sbagliato…”.

Già, evidentemente. Ma se tutto è così chiaro, come mai la condanna?

“Penso di essere il capro espiatorio di una manovra che mira a togliere autonomia alla politica… Io credo di aver sempre fatto tutto nell’interesse della gente”.

E questo la gente lo sa e gliene è riconoscente: “Io non leggo i giornali. Ma sento la gente comune: sono moltissime le persone che mi confortano, che mi ripetono di non mollare perché il mio ruolo politico è utile alla comunità. Ed io rimarrò in aula fino all’ultimo giorno… A me interessa il parere della gente comune: nelle ultime ore mi avranno scritto mille persone”.

E’ questo il motivo per cui Franco Tretter rifiuta di andarsene, nonostante che i suoi stessi compagni di partito, da Carlo Andreotti a Francesco Moser, gli chiedano di andarsene di sua spontanea volontà senza aspettare che arrivi da Roma la sospensione ufficiale di 18 mesi prevista dalla legge. Infatti, solo in caso di spontanee dimissioni il suo posto in Consiglio verrebbe rimpiazzato (guarda caso, proprio da Moser), mentre nell’altro caso il PATT (e con esso il Consiglio provinciale) resterebbe con un rappresentante in meno.

Niente da fare: non solo Tretter non vuole dimettersi, ma addirittura cerca di evitare la sospensione attraverso un ghiribizzo legale, da lui stesso escogitato, sul quale invece il suo stesso avvocato nutre scarsa fiducia. Leggiamo sull’Adige del 5 ottobre: “Dopo aver letto e riletto il testo della legge che parla di ‘sospensione di diritto’ per i consiglieri regionali, ecco la trovata geniale: - Sarò pure un consigliere regionale – ha prontamente replicato l’ex leader autonomista – Ma io sono soprattutto un consigliere provinciale. E quindi la legge per me non vale. O meglio, vale solo in quanto consigliere regionale, ma per il consiglio provinciale io resto al mio posto a pieno titolo -. E’ questa la nuova linea difensiva scelta da Tretter”.

Insensibile alle trasparenti motivazioni addotte da Tretter, quel forcaiolo di Passerini torna alla carica: “La cosa più seria – dice – è che Tretter si dimetta”. Anche per evitare, soggiunge, “che un condannato, cioè Berlusconi, sospenda un altro condannato, cioè Tretter. Una vicenda che più che politica sembra di ben altro genere...”