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Life Ursus: l’orso bruno dal Parco Adamello-Brenta alle Alpi Centrali

Enrico Lattuada

L’orso bruno, un tempo diffuso su tutta la catena alpina, nei decenni passati ha trovato nel Parco Naturale Adamello Brenta il suo ultimo rifugio naturale.

Nella porzione più settentrionale del Parco, tra la val di Tovel e l’area di Spormaggiore, rimangono 3-4 individui di quella che fino al XIII secolo era una delle presenze faunistiche più rilevanti delle intere Alpi. Si tratta di un nucleo esiguo di animali, ormai incapaci di riprodursi dal lontano 1989, anno in cui è stata accertata l’ultima nascita di un orso "trentino". Da un punto di vista strettamente biologico la popolazione di orsi del Brenta è quindi ormai da considerarsi estinta, avviata verso la scomparsa e incapace di nuovi incrementi numerici.

Prima che l’ultima triste pagina della storia dell’orso sulle Alpi si realizzasse, il Parco Adamello Brenta, in collaborazione con la Provincia di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, ha promosso un vasto importante progetto di reintroduzione, con l’ambizioso obiettivo di ricostruirne una popolazione vitale che, a partire dal Trentino, possa in un futuro colonizzare le intere Alpi Centrali italiane.

Il progetto si propone il rilascio di un contingente minimo di 9 orsi (6 femmine e 3 maschi), tutti provenienti dalla vicina Slovenia, dove è presente una popolazione di circa 500 individui, geneticamente affini all’orso del Brenta.

Il progetto, che a causa dell’estinzione biologica del nucleo autoctono deve essere tecnicamente considerato come una vera e propria reintroduzione, è stato cofinanziato dall’Unione Europea.

Per accedervi, si è dovuto preliminarmente verificare sia l’attuale assenza delle cause di estinzione, che le concrete possibilità ambientali recettive nei confronti della specie.

Un apposito studio ha confermato che, all’interno di un’area di circa 6.500 kmq, comprendente, oltre al Trentino occidentale, anche parte delle province alpine di Brescia, Sondrio, Bolzano e Verona, circa un terzo del territorio è ancora idoneo alla presenza della specie.

Il progetto ha preso avvio con la fase operativa nel 1996, ed è attualmente l’unica operazione di reintroduzione di orsi in atto al mondo. Anche per questo motivo la rilevanza del progetto va necessariamente oltre la conservazione dell’orso, seppur importante, fino a rappresentare una "frontiera" per la conservazione dei grandi Mammiferi Carnivori.

Il progetto, articolato in diverse fasi su diversi anni (1996-2004), dopo un primo periodo di studio e messa a punto, è iniziato a diventare esecutivo nel 1999, quando si è proceduto alla cattura, al trasporto ed al rilascio dei primi due esemplari di orso bruno (Masun e Kirka). Nel 2000 altri tre animali (Daniza, Joze, Irma) e nel 2001 altri due (Jurka e Vida) si sono aggiunti ai primi due, per un totale di 7 orsi sui 9 complessivamente previsti dal progetto.

Gli orsi, tutti di età compresa tra i 3 ed i 6 anni, sono stati catturati in Slovenia meridionale, più precisamente nelle Riserve Naturali di Jelen-Sneznik e di Medved-Kocevje. Al momento della cattura tutti i plantigradi sono stati dotati di piccole apparecchiature radiotrasmittenti (radiocollare e marche auricolari) leggere e poco ingombranti in modo da non arrecare alcun fastidio all’animale. Tramite queste strumentazioni radiotelemetriche, alimentate da batterie con un’autonomia massima di 3 anni, operatori specializzati nel monitoraggio seguono gli spostamenti degli animali sul territorio. In questo modo, oltre a prevenire situazioni potenzialmente pericolose per l’uomo, tra l’altro finora mai verificate, si ottengono i dati utili per approfondire le conoscenze in merito all’ecologia della specie.

Nonostante una slavina provocata dalle eccezionali nevicate di quest’inverno abbia determinato la morte di Irma nell’area meridionale del Brenta, fino ad ora si conferma il buon andamento generale del progetto. Dopo una prevista attività esplorativa successiva al rilascio, tutti gli animali si sono creati in tempi relativamente brevi dei nuovi punti di riferimento sul territorio, al quale sembrano essersi adattati in modo soddisfacente. A livello puramente descrittivo, in base ai dati a disposizione, è possibile ipotizzare che ogni orso abbia un proprio carattere particolarmente marcato.

I dati finora raccolti non permettono ancora di formulare delle considerazioni di tipo etologico sul comportamento di questa specie. Una prima ipotesi suggerisce che gli orsi siano dotati di uno spiccato senso di orientamento che va al di là del semplice riconoscimento delle tracce olfattive precedentemente lasciate sul terreno, poiché spesso scelgono direzioni verosimilmente non casuali anche in aree mai frequentate prima. Nonostante l’alto afflusso turistico durante la stagione estiva nel Parco Naturale Adamello Brenta e nelle aree limitrofe, non si segnalano problemi di alcun tipo.

Questo conferma l’ipotesi che l’orso abbia imparato, nel corso dei secoli, a temere l’uomo e ad evitarlo e sia solito frequentare aree che per costituzione geo-morfologica risultino difficilmente accessibili alle persone.

L’entità dei danni provocati dagli orsi finora immessi, in prevalenza ad apiari, risulta essere contenuta e l’agenzia assicuratrice convenzionata ha risarcito in modo puntuale ed efficiente i danneggiati.

Il proseguo del progetto prevede il rilascio di altri due orsi (un maschio ed una femmina) nella primavera del 2002. Non si esclude peraltro di procedere all’immissione di un decimo esemplare, a "sostituzione" di Irma. Ma l’evento più importante potrebbe essere, in un prossimo futuro, la nascita dei primi orsacchiotti "trentini".

Su di loro sono basate molte delle speranze di successo del progetto.

Le nascite, che dovrebbero aver luogo tra la fine di gennaio e il mese di febbraio, sarebbero il primo passo verso la costituzione di una popolazione in grado di autosostenersi.

In futuro sarà rivolta particolare attenzione al monitoraggio, non solo dei singoli soggetti, ma dell’intera popolazione, in modo da poter stabilire i tempi necessari per raggiungere l’obiettivo finale del progetto: una popolazione minima vitale di 40-60 individui sulle Alpi Centrali.