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Quando vince il peggiore

La copertina del numero di marzo 2009

E così a Trento le primarie hanno incoronato Alessandro Andreatta, da noi definito "il peggior candidato", responsabile di vari scempi, e più in generale del pessimo andazzo della gestione urbanistica. Come si è arrivati a tale esito?

Il primo punto, da noi ripetutamente denunciato, è l’indifferenza dei partiti agli esiti dell’amministrazione. Il Pd, nello scegliere il proprio candidato, a tutto ha pensato, ma non a quella che dovrebbe essere la prima domanda: ha governato bene o male? All’interno di un partito, lo abbiamo visto più volte, non contano le capacità di governo, ma l’abilità a tessere alleanze interne.

Questa incapacità – o meglio, non volontà – di giudicare ("cui dovremo porre senz’altro rimedio" ci ha promesso il neo segretario dei democratici Agostini) è generalizzata; caratteristica non solo e non tanto del Pd, ma anche degli altri partiti. E anche dei concorrenti, per non dire delle opposizioni: nei dibattiti raramente abbiamo sentito gli altri candidati (se non, e a tratti, l’outsider Paolo Chiariello) inchiodare l’assessore all’Urbanistica alle sue responsabilità. E così d’altra parte i media, evidentemente troppo subalterni al livello del "dibattito" partitico. 

Così in breve quella fetta di opinione pubblica che si era scandalizzata per i mostri urbanistici, e che aveva sostenuto con 600 firme raccolte in due giorni la candidatura alternativa del consigliere Salvati, con il ritiro di costui "per carità di partito" si è trovata non solo senza rappresentanza, ma anche senza voce. Tutta la partitocrazia, e a ruota anche gli opinionisti, iniziava qualsiasi discorso inneggiando alle "ottime candidature". Buonanotte.

In realtà le candidature erano preoccupantemente mediocri. Nei pubblici dibattiti risaltava l’impreparazione, la poca conoscenza dei problemi della città, l’inesistenza di una proposta complessiva; in tale contesto proprio Andreatta, forte di nove anni di esperienza al governo comunale, risultava di gran lunga il più preparato. Proprio in questo confronto franava la candidatura alternativa di Claudio Bortolotti; l’ingegnere, pragmatico uomo del fare specifico, si rivelava a digiuno di troppe competenze per essere credibile.

In questo contesto il discorso si spostava, come si dice, "a livello politico", cioè partitico: il gioco del chi sostiene chi, del "chi vince e chi perde se...". E qui entrava in gioco il presidente Dellai, che sosteneva Bortolotti, poi ritirava la mano. Che faceva schierare a fianco dell’ingegnere, oltre ai suoi dell’Upt, anche gli uomini del "nuovo centro", Marcello Carli e Lia Beltrami dell’Udc, Ugo Rossi del Patt; ma poi non spingeva fino in fondo la sfida al Partito Democratico. Il risultato era che la candidatura di Bortolotti, nonostante le rimostranze dell’interessato, finiva con l’assumere, agli occhi degli elettori del Pd (che in città sono maggioranza) come la prova generale dei disegni dellaiani della costituzione di un nuovo centro, con conseguente emarginazione dei democratici. La reazione la si è vista nelle urne.

La vicenda comporta alcuni insegnamenti. Il primo è che Dellai dovrebbe stare più attento. Dopo aver tremato per l’esito delle ultime provinciali, aveva promesso un comportamento più umile. Se n’è subito scordato. Solo in questi ultimi giorni abbiamo visto l’incredibile regalia di 400.000 euro ai focolarini (vedi a pag. 7); l’impudente tentativo di far subentrare come Difensore Civico, a Donata Borgonovo Re, Giorgio Paolino, uomo del suo entourage; la nomina di un altro suo uomo di strettissima osservanza, Paolo Duiella, alla presidenza dell’A22, dove peraltro pubblicamente riverisce e financo prende ordini dall’ex-presidente Grisenti, tuttora indagato per truffa e turbativa di gara d’appalto. In questo contesto, l’appoggio a Bortolotti è sembrato un altro tassello di una gestione molto privata dal potere, il mettere le mani sul Comune di Trento. Ripetiamo, Dellai dovrebbe stare più attento.

Il secondo punto è il dibattito su candidature e politica. Finché i partiti si comporteranno come il Pd – nessun interesse verso i contenuti di governo, candidatura di apparato, siluramento esplicito (Salvati) o sotterraneo (Borgonovo Re) delle alternative – non c’è da meravigliarsi se la gente si allontana da essi, soprattutto l’elettorato di centrosinistra, a poco a poco diventato straniero in patria, come dice Ilvo Diamanti. Anzi, in questo contesto, i quasi 7.000 votanti alle primarie, dato di per sé non esaltante, è stato un buon risultato. Su cui però sarebbe pericoloso adagiarsi. Soprattutto se il livello del confronto sull’amministrazione della città è quello che abbiamo registrato, con i candidati a improvvisare e il pubblico a disapprovare educatamente.