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“Harry Potter”

Il film-evento del Natale 2001, risultato di investimenti in effetti speciali e battage pubblicitario.

Harry Potter e la pietra filosofale è il titolo ormai famoso del primo libro della serie per ragazzi, quattro volumi incentrati sulle vicende di un giovane apprendista mago, della scrittrice inglese J. K. Rowling, che nel 2000 ha ottenuto enorme successo editoriale. Ora è diventato un film, destinato a entrare, visto il grande battage che lo ha preceduto e accompagnato all’uscita, forse nella storia del cinema, certo del box-office e del record di incassi. Il film cioè è un evento in sé per lo più costruito, cui concorre l’atmosfera tessutagli intorno, un’attesa smodata, ritmata dai media, della trasposizione dal romanzo allo schermo di personaggi, magie, segreti, che già a priori avevano plasmato fantasie e aspettative dei lettori.

Dopo i libri, tutta la preparazione del film, dalla scelta del regista e del piccolo protagonista al patto con l’autrice di poter controllare sul set, inglese, la fedeltà al testo scritto e avere un cast tutto inglese, capace per tradizione e cultura di immedesimarsi senza forzatura alcuna nel contesto, viene così seguita con curiosità da media e futuri spettatori, in allettante attesa della visualizzazione di quanto nel loro immaginario già era mito.

Si tratta della storia di Harry Potter, bambino orfano di entrambi i genitori maghi buoni, uccisi dal perfido Voldemort, incarnazione del male e di una stregoneria tenebrosa e malefica, da cui lui è riuscito a scampare e che solo lui, designato come dice il segno inciso sulla sua fronte, potrà sconfiggere. Trascorsa un’infanzia triste e reietta nella casa degli zii che lo maltrattano con vessazioni e tormenti, nel giorno del suo undicesimo compleanno apprende la verità sulle proprie origini e destino da Hogrit, un omone buono e grezzo, che lo proteggerà e lo accompagnerà, come è suo diritto, alla scuola di Hogwarts, sita in un misterioso castello, abitato da maghi e altri esseri inquietanti e pullulante di oggetti ed eventi sovrarazionali. Qui i giovani allievi, anziché lettere e scienze, imparano arti magiche e stregoneria, per la futura professione di maghi, cui sono destinati per discendenza familiare.

E qui comincia per Harry un nuovo tratto di vita, ricco di esperienze, sortilegi, incontri con disparati personaggi, amici come il simpatico e disponibile Ron o la perspicace Hermione, o nemici, oppure con animali e figure sovrumane dall’aspetto spaventoso; vivacizzato dal desiderio di conoscenza, dalla paura, dal divertimento, e dal cimento con prove sempre più impegnative e sorprendenti da superare, quali la strabiliante partita di Quidditch, una specie di baseball su scope volanti, o la tremenda a scacchi con gigantesche figure, piena di suspense.

In un intreccio di fiaba, mondi visionari, effetti speciali, maestose scenografie, il regista vuole attrarre tutto il pubblico, senza differenze d’età, bambini e adulti, e trascinarli nelle magiche trame, sgomenti i primi come sgomento è lo sguardo limpido del protagonista, e sognanti i secondi in un ritorno all’ingenuo stupore infantile. Il film si presenta come l’illustrazione puntuale, sontuosa, avvincente del romanzo, di cui ripercorre fantastiche avventure e vitale inventiva e di cui ricostruisce le magnifiche ambientazioni gotiche inglesi.

A tale fedeltà, che nulla tralascia, è dovuta la lunga durata, eccessiva nelle sue due ore e mezzo, ma non solo, anche ad un certo compiacimento della spettacolarità e mirabolanza delle azioni che dilettano regista e giovani spettatori. Il prevalere di questi modi stilistici, pur rendendo visivamente incantevole lo spettacolo, gli toglie però spessore, specie nel progredire della messa in scena, quando lo sguardo si fa ormai sazio.

Se nella prima parte della storia infatti la vita travagliata del piccolo Harry si snoda in una quotidianità che la umanizza e che coinvolge emotivamente, così come le fasi del suo adattamento al nuovo ambiente di maghi, nella seconda questo coinvolgimento viene meno, sostituito da ammirazione visiva estemporanea. Le azioni, innumeri e movimentate, sono puntate su una raffinata spettacolarità e prendono tutto lo spazio, mentre i personaggi, da esse guidati e avvolti, mancano di un vero sviluppo. Le prove affrontate da Harry e dai suoi amici si affastellano vistose nel loro involucro di avventure, di episodi eccitanti, assorbite nel gioco dove colore e magnificenza si impongono, senza entrare nell’intimo sommovimento di una maturazione.

Il testo scritto, pur nell’aura magica, si svolge come romanzo di formazione, con momenti di autentica commozione, dove la magia è per il ragazzino un rifugio da cui rielabora sentimenti e fremiti. Nel film, la magia rimane rappresentazione fantastica, dove i sentimenti, amicizia, lealtà, tristezza e nostalgia dell’amore perduto dei genitori morti troppo presto, orgoglio, gioia, si accennano, sfumati e indefiniti, e subito si dileguano, senza riscontri o segni visibili; l’unico costante sembra essere un grande stupore, espresso negli occhi azzurri di Harry, per il mondo occulto e meraviglioso cui appartiene e di cui, come in sogno, viene svelando i segreti.

Il film è di lodevole fattura, ma ripensando al toccante bambino del recente "A. I.", un robot capace di amore e palpiti, ci si chiede come Spielberg, uno degli aspiranti registi del film, avrebbe animato e ricreato quel mondo di magia, con quali tocchi magici avrebbe alitato nelle sue immagini l’emozione che dà spessore, che carpisce il cuore oltre che lo sguardo.

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