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“Il voto è segreto”: fra tradizione e modernità

Film dell'iraniano Babak Payami.

E’ passato sotto silenzio, in una fuggevole proiezione di rassegna, il bel film iraniano "Il voto è segreto" di Babak Payami, che si distingue, per caratteri peculiari, fra i migliori nella ricca produzione cinematografica recente dell’Iran. Non estetizzante ma fortemente estetico, la sua estetica corrisponde ad un contenuto di autentica eticità, che pone il quesito di fondo, di quel popolo, della scelta, con mille contraddizioni, fra tradizione stagnante e modernità.

Qualche iniziale lentezza o indugio nel ritmo o un dialogo ancora talvolta didascalico e ripetitivo sono qui interpretabili come modalità espressiva di una situazione immota e del tentativo di fare luce, anche con l’aiuto della semplicità delle parole che chiariscono e spiegano, nell’indifferenza e paura della gente, da cui una tenue curiosità, nascosta da silenzio e veli veri e metaforici, in fondo vuole forse affiorare e farsi notare, specie nelle donne più propense a muoversi.

La storia è semplice ma insolita e, come dice lo stesso Payami, ispirata da un episodio già visto in un mediometraggio di Makhmalbaf, con l’intento di rivelare e rappresentare l’assurdità della democrazia in Iran. Su una spiaggia di un’isola nel Golfo Persico, deserta e custodita da due giovani militari che alternano pigramente turni di riposo e di guardia stanca e distratta, viene un giorno paracadutata un’urna elettorale, senza preavviso alcuno che quello era nel paese il giorno delle elezioni. Poco dopo arriva dal mare la responsabile delle operazioni elettorali, contro ogni costumanza una donna, giovane e decisa, nel nuovo ruolo, ad impartire subito ordini al soldato, sbalordito di dover sottostare ad una donna, che la scorterà, fucile in spalla, col seggio mobile, per raccogliere i voti degli abitanti dell’isola. Inseguendo confusamente con la jeep i movimenti della gente invece che i segni della mappa, essi fanno incontri curiosi, assurdi, umani o scostanti, sempre però fonte di conoscenza e riflessioni, anche di una progressiva comunicazione e fiducia tra loro, dopo l’incomprensione e l’opposizione reciproche. Finito il giro e tornati alla base, lui voterà il nome di lei, non in lista tra i candidati ma l’unica che conosce e cui ora crede. Al tramonto, la giovane venuta dal mare ripartirà con la sua urna via cielo, con un aereo mandato a riprenderla. Sulla spiaggia, la vita del milite riprende grigia, illuminata però ora dall’esperienza vissuta quel giorno.

Quello che subito colpisce nel film, sono i modi inusitati della messa in scena, sapientemente eleganti e insieme di quotidiano realismo, che, pur nella bellezza delle immagini e nel valore generale dei contenuti, riescono ad evitare sia la ricercatezza formale sia un facile populismo, in favore invece dell’autenticità e della consapevolezza, che è anche palese pessimismo politico per la situazione di quel paese, conseguendo l’opera una sua fisionomia originale, che si avvale espressivamente della cifra stilistica dell’assurdo. Già alla prima sequenza si annuncia come un racconto allegorico, molto suggestivo, con quell’urna elettorale calata dal cielo sulla terra, evento raro e singolare che interrompe inatteso la noia infinita delle due giovani sentinelle, costrette a ispezionare giorno dopo giorno un luogo disabitato dove nulla mai accade. A significare, tutto questo, che in quel paese forse sta muovendosi qualche fermento nuovo e vivace, qualche inizio di evoluzione, ma anche che i tentativi di democrazia sono illogici, che si tratta, grave contraddizione, di una democrazia imposta dall’alto, da un governo fantasma, che non si preoccupa del continuo contatto reale con i suoi cittadini. Del resto i toni surreali che tingono poi tutto il film sono espressivi proprio della contraddittorietà, del non senso di quel mondo, dove non c’è comunicazione tra persone e dove lo Stato, assente di regola, si presenta saltuario con strambe quanto inadeguate sortite.

E dopo l’urna dal cielo, ecco arrivare dal mare, con una piccola imbarcazione, una giovane donna coperta da capo a piedi, secondo tradizione, da scuri panni informi, con un ruolo però di comando e animata da commovente fiducia nel cambiamento che passo passo porterà ad una meta migliore. Richiamate queste prime sequenze dall’ultima, che vede la ragazza, con la preziosa urna con le schede votate, ahimé troppo poche rispetto alle aspettative, salire su un enorme aereo, troppo grande per il piccolo spazio del decollo, sparire tra le nubi verso ignota destinazione, a sottolineare l’assurdità e l’inincisività dell’evento concluso.

Ma oltre l’apologo politico, oltre il racconto della fatica di quella giornata per qualche voto in più, tra l’ombrosità, l’ignoranza, la chiusura della gente, ma anche qualche barlume di solerzia e di speranza, si riconosce nella narrazione di questo tragitto insolito, dai tratti buffi e fantasiosi, pure l’andamento della commedia; ad esempio, quando la coppia della donna responsabile e del tardo ed imbronciato soldato si ritrova in continuo contrasto e si rimanda battute antagoniste, ma riuscendo infine a trovare un punto d’intesa: pur nella seriosità di fondo, che è l’ardore di lei e lo sconforto di lui, il tono riesce ad assumere guizzi umoristici e lievi, assenti di solito nel cinema iraniano. Sta in questo tentativo di vivacizzare ed infondere brio la nuova forza del film, che è pure il suo fascino.

I modi di rappresentare gli squarci di vita arretrata e i sovrapposti spiragli di modernità spesso inutili e incompresi, in cui i due si imbattono, si rivestono dell’inventiva che rende incerto il limite tra reale e fantastico, dando al racconto un alito di apertura verso un possibile ancora lontano ma intuìto, e aprendo spazi al desiderio e al sorriso.

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