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Il Tibet fuori dal Tibet

Incontro con la realtà della diaspora tibetana in India.

Agrippino Russo

A vederla da lontano, Kusumpti appare come un agglomerato caotico di casette dai tetti in onduline che coprono la collina a sud di Shimla, il capoluogo di regione dell’Himachal Pradesh, stato nord-occidentale della confederazione indiana. Alcuni alberi di deodara e di cedri dell’Himalaya sembrano resistere all’invasione del cemento e tra il verde svettano alcune bandiere del Tibet e quelle di preghiera del monastero buddista della comunità.

Il monastero di Ky.

Insieme alla troupe del Tg1 in India per un documentario sui rifugiati tibetani e accompagnati dall’insegnante della Central School for Tibetans, il prof. Phuntsok Tsering, ci apprestiamo a visitare uno dei 55 stanziamenti di profughi fuggiti in India in seguito all’occupazione cinese del Tibet, a cui il governo di New Delhi ha offerto ospitalità e rifugio.

Il villaggio ha un piano regolatore semplice e pratico: nella sua parte più esterna si trovano le abitazioni delle famiglie residenti, seguono una serie di edifici in cui vi sono i laboratori di tessitura della lana e lavorazione dei metalli, un piccolo centro medico e una scuola di pittura dove vengono create le tanka, i famosi dipinti su seta della tradizione tibetana.

La scuola materna e quella primaria sono situate a poca distanza dal villaggio, sulla strada principale che porta a Chota Shimla. Al centro vi è il monastero che funge anche da scuola monastica e tenta di preservare la tradizione del buddismo tantrico che in Tibet sta ormai scomparendo sotto i colpi della "modernizzazione" voluta da Pechino. Entriamo nei laboratori dove uomini e donne battono e filano la lana mentre ai telai, tra un groviglio di fili, mani esperte creano le trame di scialli e tappeti coloratissimi. Gli strumenti di lavoro sono molto basilari ma il prodotto finale risulta di fattura pregevole, segno di una tradizione artigianale antica e ancor viva. Una organizzata rete di commercio fa sì che i manufatti vengano poi venduti nei mercati dell’India del nord e gli introiti, comunque molto modesti, permettono alla comunità di sopravvivere in una povertà dignitosa.

All’esterno nugoli di bambini tornano da scuola e appaiono divertiti e incuriositi dalla novità di una troupe televisiva nel loro villaggio. Educatissimi, rispondono al nostro saluto con un gentile "You welcome", incantandosi davanti alla telecamera che li riprende e sorridendo all’obiettivo. L’istruzione è un punto cardine per i rifugiati tibetani che, consci del loro status di senza patria, cercano di offrire alle nuove generazioni la possibilità di un futuro attraverso un’educazione moderna che non dimentichi la loro cultura e tradizione. Il sistema scolastico tibetano prevede che le scuole primarie siano totalmente di cultura tibetana per permettere agli studenti di usufruire della lingua originale che in caso contrario andrebbe dimenticata. Nello stesso tempo vengono insegnate anche la lingua hindi e inglese. Negli studi superiori e all’università i tibetani frequentano le stesse scuole degli studenti indiani. Per completare la formazione, i più dotati, spesso attraverso uno sponsor, si recano a studiare in università estere. Oltre il 50% dei rifugiati è al di sotto dei 25 anni e la politica di istruzione voluta dal Dalai Lama fin dall’inizio dell’esodo ha fatto sì che quasi tutte le istituzioni del governo tibetano in esilio siano guidate da giovani educati in India. Purtroppo i fondi per una scolarizzazione capillare sono insufficienti e il governo indiano non può supportarne tutte le spese, quindi le scuole sono spesso frutto di donazioni di enti e associazioni estere sensibili al problema tibetano.

La visita continua all’interno del monastero di Dorje Tag, ricostruito come il modello originario esistente in Tibet e distrutto negli anni sessanta dall’esercito cinese.

Piccoli profughi tibetani.

Ci accoglie l’abate, che dopo averci offerto un tè al burro ci guida mostrandoci le decoratissime stanze usate per le funzioni religiose e per lo studio, oltre ad una ricca biblioteca con testi ed opere molto antiche salvate dalla distruzione e trasportate dal Tibet in India. Anche qui vi è un andirivieni indaffarato di piccoli monaci che tra lo studio del canone buddista e i momenti di pratica non disdegnano di giocare a cricket o a palla. Molti di questi bambini sono orfani oppure partoriti in India da madri che hanno rischiato la vita per farli nascere al di là del confine a causa di una legge cinese che non vuole più di un figlio per famiglia. Se scoperte incinte di un secondo figlio, i cinesi le avrebbero costrette all’aborto e alla sterilizzazione forzata. Attualmente sono molti i piccoli che abbisognano di aiuto e non solo di tipo materiale, ma soprattutto psicologico. La mancanza di una famiglia e di un riferimento affettivo li rende ammalati di tristezza, la mancanza di mezzi li avvicina pericolosamente all’emarginazione.

Oltre ai monaci che si occupano di loro, altri vengono inseriti in case-famiglia in cui dei genitori temporanei si prendono cura di loro, dal cibo all’istruzione, alle cure mediche. Ma cosa succederà dopo, quando saranno cresciuti? Integrazione con gli standard indiani? Tappeti, artigianato? Non lo sappiamo. La realtà è solo che questi bambini sono doppiamente orfani: della famiglia e della propria terra. E il futuro per loro è quanto mai incerto.