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“Notturno indiano”: di Tabucchi, solo le parole

Nella scheda di presentazione comparsa sullo scorso numero, ci chiedevamo come sarebbe stato risolto il problema del trasferimento in teatro del romanzo di Tabucchi, basato su di un gioco di specchi fra io narrante e personaggi, fra tempo presente, quello del viaggio in India del protagonista alla ricerca di un amico disperso, ed il "doppio" di un altro tempo precedente che conserva il segreto dell’identità e delle ragioni dei personaggi.

Dopo averlo visto possiamo dire che effettivamente funziona l’idea della regista Teresa Pedroni di giocare lo spettacolo su questo doppio registro, evidenziato dalla duplicazione dello spazio scenico. La parte anteriore, verso lo spettatore, ospita, in una scenografia ridotta a qualche poltrona, i personaggi del viaggio in India; mentre la parte posteriore, divisa dalla prima da semplici pannelli, dall’effetto molto "interiorizzante", funziona da velario che mostra i corpi di uomini e donne, percepibili dallo spettatore come ombrosi contorni, e che danno così visibilità all’altro tempo.

Vita precedente, sogno, proiezione psichica ?

L’atmosfera esotica data dall’ambientazione in un’India notturna e marginale che sfuma nel romanzo di Tabucchi in un esotismo esistenziale, è resa nello spettacolo dai colori acidi dei costumi e delle luci, da suoni di sottofondo, indiani ma anche portoghesi quando accompagnano l’affiorare dei ricordi (perché portoghese è l’amico inseguito, ma lo è anche Pessoa, grande ispiratore di Tabucchi). Uno spettacolo che insomma - alla faccia del titolo - offre pochissima India, ma solo qualche labile accenno alla "favola" indiana, lasciando ai dialoghi il compito di delineare il contesto geografico del viaggio, in realtà molto interiore. Com’è giusto che sia, visto che così anche Tabucchi ha scritto il suo romanzo.

Ma portato in teatro, il testo inevitabilmente perde anche le poche ma estremamente pregnanti parole usate dallo scrittore per delineare i contesti. I dialoghi della trascrizione teatrale sono praticamente presi letteralmente dal romanzo, ma tutto il resto appunto scompare, sostituito da una macchina scenica labile, basata soltanto su colori e suoni, affascinante ma semplicemente allusiva.

Tutto questo avrebbe richiesto una recitazione di grande efficacia di tutto il cast, molto lenta e distesa, in grado di dare spessore esistenziale alle scarne parole dei dialoghi ed alla dolce ambiguità degli appena abbozzati personaggi indiani. Ma questo è stato, a nostro avviso, il tallone d’Achille dello spettacolo, perché la recitazione ci è sembrata invece un po’ affrettata, nervosa e scattante; insomma tutto il contrario di quello che occorre per dare il necessario respiro esistenziale a tutta l’architettura dello spettacolo.

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