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L’esempio delle Poste

Conseguenze della "modernizzazione" attuata dal monopolista (privato) Poste Italiane: la piccola odissea dell'utente Questotrentino.

Malgrado la fragile struttura su cui questo giornale si regge, siamo prussianamente puntuali nei tempi: a dispetto di macchinari bizzosi e collaboratori ritardatari, il mercoledì pomeriggio è sempre tutto finito. Poi il giovedì c’è la stampa, il venerdì la consegna all’agenzia di distribuzione e il sabato Questotrentino è sempre in edicola.

Il venerdì avviene anche la consegna alle Poste per la spedizione agli abbonati, ma lì è tutt’un altro discorso. Gli abbonati dovrebbero anch’essi avere in mano Questotrentino il sabato, ma l’evento è piuttosto raro: il giornale arriva spesso lunedì, ma anche il giorno dopo, se non più tardi. A volte, per occulte ragioni, arriva prima a Rovereto e nelle valli che non a Trento, da dove parte. Se poi l’abbonato risiede fuori provincia, non ci sono regole: per fare 100 o 200 kilometri occorrono anche 15 giorni. Abbiamo infinite volte protestato contro questi ritardi che ci danneggiano (se il giornale arriva prima in edicola che a casa, perché abbonarsi?), e per qualche tempo le cose, talvolta, migliorano, poi tutto daccapo.

Insomma, il nostro rapporto con le Poste S.p.A. non è dei migliori, e nei giorni scorsi ci sono successi un paio di nuovi minuscoli episodi, che si collocano in un più vasto quadro di inefficienza, come dimostra la annunciata azione legale contro le Poste di due associazioni di consumatori, l’Adusbef e il Codacons, per i recenti, clamorosi disservizi dovuti a carenze di personale. Tutto questo a conferma di una grande verità: quando si privatizza un’azienda pubblica in assenza di concorrenza, i conti forse migliorano, ma non certo il servizio (vedi anche alle ferrovie, dove una sedicente modernizzazione ha portato all’abolizione del biglietto unico di andata e ritorno, con conseguente allungamento delle code).

Prima questione: la casella postale. Fino a tutto il 2001 era gratuita e la cosa si spiegava col fatto che in quel modo si risparmiava un lavoro ai postini, particolarmente oneroso quando si tratta di utenti, come un giornale, che di posta ne ricevono tanta. Le poste privatizzate hanno però deciso che il vantaggio è tutto nostro, e da quest’anno si paga: 60.000 lire l’anno per una casella di medie dimensioni. L’annuncio della novità, che ci viene recapitato nella casella stessa, precisa altresì su quale conto corrente postale effettuare il versamento; dopo di che occorrerà esibire la ricevuta. Riassumendo: vado in Posta, effettuo un versamento a favore delle Poste, dopo di che mi reco ad un altro sportello delle Poste per dimostrare che ho fatto il mio dovere verso le Poste. Inutilmente macchinoso? Sì, ma c’è dell’altro. Non voglio qui insistere su un particolare spiacevole: lo sportello dove bisogna sventolare la ricevuta è lo stesso che si occupa dei filatelici, il che comporta un’attesa estenuante. Dopo di che l’impiegata mi dice, in tono quasi scandalizzato, che quel bollettino non va bene: ce ne vuole uno con la doppia ricevuta. "Di grazia, perché non lo avete inserito nella casella assieme all’avviso?" "Mica possiamo infilare un bollettino in tutte le 400 caselle!" - mi viene risposto.. "Potevate almeno spiegare, nell’avviso, che occorreva un certo bollettino!" - replico un po’ alterato. L’addetta, impietosita o priva di argomenti che sia, chiude a quel punto la discussione: "Ma sì, va bene lo stesso".

La seconda questione riguarda i bollettini di conto corrente postale, quelli che inviamo agli abbonati insieme all’avviso che il loro abbonamento è scaduto, con già stampato nome e indirizzo del beneficiario (cioè Questotrentino), per facilitargli il compito. Arrivato l’euro, ci ritroviamo con un residuo di alcuni chili di bollettini con l’importo indicato in lire assolutamente inutilizzabili a partire da fine febbraio. Chiediamo ingenuamente se è possibile coprire, magari con un timbro, la dicitura "lire" con "euro". Ovviamente no. Al che ordiniamo alle Poste qualche migliaio di nuovi bollettini. "Ci vorrà un po’ di tempo" - mi avverte la gentilissima impiegata. "Cioè?". Si consulta con una collega e poi arriva la sentenza: "Circa tre mesi". Certo, perché da quando le Poste sono diventate una moderna società per azioni, questa, come altre operazioni, non si effettua più a Trento: tutto è stato centralizzato a Venezia, che si ritrova con un carico di lavoro spaventoso.

E intanto noi, da qui ad aprile, come faremo? Il lettore, se non lo avvisi che l’abbonamento è scaduto (anche se sulla fascetta è indicata la data di scadenza!), difficilmente lo rinnova di sua iniziativa. Faremo così: prenderemo un bel pacco di bollettini in bianco (quelli sono gratis!), dopo di che li timbreremo uno per uno per quanto riguarda il nostro indirizzo. E a penna segneremo l’importo in euro.

Il tutto sarà compito, ovviamente, del caporedattore, visto che il nostro ultimo obiettore di coscienza si è congedato a settembre e l’apposito ufficio che sta a Roma (anche quello nuovo, moderno, interattivo - e inefficiente) non ci ha ancora mandato il sostituito.

Ma qui le Poste non c’entrano...