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Regione, cosa vogliamo?

Oltre gli scandali e le proposte antistoriche: i compiti di coordinamento e indirizzo, il modello della Commissione Europea.

Mai parlato tanto di Regione Trentino Alto Adige come negli ultimi tre mesi: per affossarla, per governarla, per screditarla, per riformarla. Accanto agli interventi e alle proposte ponderate per uscire dalla palude, discutere della Regione è diventato per molti un’esercitazione da Hyde Park, con la legittimazione ad esprimere le idee più affascinanti (o stravaganti) al capezzale del paziente gravemente infermo.

Così le ipotesi più ardite si sono susseguite, sovrapposte e annullate; le assemblee costituenti o il parlamentino dei saggi nascono e muoiono nello spazio di un mattino, soverchiati dalla disputa sulla nuova giunta: staffetta Durnwalder-Dellai, presidenza Chiodi o recupero di Carlo Andreotti?

La via maestra dell’attivazione delle vie costituzionalmente scritte e garantite che passano per i Consigli provinciali e per quello regionale, che pure era stata proposta come avvio di dibattito, è stata avvolta dalle nebbie di quest’improvvisa overdose di impegno e fantasia.

La creatura più fragile e delicata di tutto l’impianto costituzionale italiano, espressione del delicatissimo rapporto di una storia e di una cultura di incontri e contese al centro della regione europea, rischia di venire disintegrata come la cristalleria calpestata dagli elefanti, costretta a sopravvivere come sede di inverosimili comportamenti e deliberazioni dei suoi ultimi protagonisti politici. Si discute di formule per non parlare di contenuti - ha scritto Renato Ballardini sull’ultimo numero di Questotrentino.

Probabilmente è vero. Eppure non dovrebbe essere impossibile ritrovare le bussole della rotta che una schietta tradizione democratica italiana seppe trovare nei periodi di maggior tempesta nazionalista, nel primo e nel secondo dopoguerra del secolo passato. E trovare su questo il bandolo giusto dell’intreccio fra metodo e sostanza dell’improcrastinabile riforma statutaria.

Non è possibile pensare alla Regione riportando indietro l’orologio della storia, con una velleitaria resistenza sulle competenze residue, capace solo di esasperare gli animi e i rapporti tra il mondo trentino e quello sudtirolese. E’ invece opportuno guardare alla storia europea di questi ultimi decenni per capire che sarebbe temerario mettere a rischio un patrimonio di esperienze, di storia, di cultura, di collocazione geopolitica, che fa della Regione un unicum europeo, che sarebbe dissennato disperdere o dequalificare a semplice, fragilissimo rapporto di buon vicinato.

E allora credo che il terreno del confronto debba spostarsi su una nuova frontiera, quella che finora, per miopia ed egoismi provincialisti, tutti si sono rifiutati di affrontare. Traducendo in politica quello che per trent’anni è rimasto uno slogan appagante per sbarcare ogni stagione: "reinventare" la Regione.

I nuovi compiti possibili derivano dalle dinamiche sociali e politiche dei tempi nuovi, da una non rimovibile comunanza di fattori comuni al Trentino e al Sudtirolo che si sono affermati in tempi recenti o che hanno resistito all’usura delle tensioni politiche: i destini non separabili sull’ambiente, sul traffico, sul credito, sulla previdenza, la necessità di indirizzi comuni nella gestione delle politiche della montagna, per non fare e disfare o contendere qui, nell’arco di pochi chilometri, per aeroporto e autostrade, per denominazione di vini, com’è avvenuto spesso in maniera grottesca negli anni appena passati.

Questo mentre difficilissima ma vitale è ormai ogni partita che vede la contrattazione delle piccole regioni alpine rispetto al lontano mondo di Bruxelles. Ne sono conferma le pur controverse vicende di questi giorni sulle difficoltà di acquisizione delle concessioni Enel da parte delle due Province ed il rinnovo, sempre rimandato, della concessione all’autostrada del Brennero.

Tali importantissimi compiti, che possono diventare la "dote" della nuova Regione, sono però da definire necessariamente come vincolanti, nell’ambito di un nuovo patto tra le due comunità, perché altrimenti tutto rimarrebbe a livello di buone intenzioni e di propositi interpersonali che lasciano il tempo che trovano.

Perché infatti non dovremmo di assicurare alla Regione quelle competenze che abbiamo accettato siano svolte su molti dei temi ricordati dalla Comunità Europea o dal governo nazionale?

Funzioni di coordinamento vincolanti sono oggi svolte da istituzioni lontane: perché mai non dovremmo consentire che esse siano svolte da un’istituzione che, liberata da responsabilità gestionali, possa al meglio esprimere funzioni di indirizzo, di "leggi quadro" che altrimenti verrebbero svolte dal parlamento nazionale, fino ad erodere le fondamenta della nostra autonomia?

Una Regione quindi, microcosmo possibile, che svolga i propri compiti di coordinamento e indirizzo, attraverso direttive vincolanti; un ruolo paragonabile a quello che, su altra scala, svolge con efficacia la Commissione Europea.

Questo, oggi, fra Trento e Bolzano. Senza precludere un futuro allargamento ad altre aree limitrofe, con vocazioni e problemi analoghi ai nostri.