Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Diritto penale o diritto di guerra?

Attentato dell’11 settembre: atto terroristico o di guerra?

Credo non sia inutile stabilire se l’attacco a New York dell’11 settembre sia stato un delitto (crimen) terroristico di vaste proporzioni (strage) da perseguire e punire secondo il codice penale interno statunitense, oppure un vero e proprio atto di guerra, sia pure anomalo e non dichiarato formalmente, di natura terroristica, cui rispondere secondo le norme del diritto internazionale, e cioè nella specie con lo jus bellandi.

La scelta fra le due possibili conclusioni giustificherebbe o meno la strategia di contrasto, ci direbbe se siamo sulla strada giusta o no, ci direbbe se ha ragione o torto il variegato mondo dei pacifisti.

Ad un primo esame, mancando di tutte le caratteristiche formali della guerra classica, l’attacco dell’11 settembre sembrerebbe soltanto un crimine terroristico consumato all’interno degli USA. Questa tesi è sostenuta fra altri dal giurista Ferrajoli, che nega ogni carattere politico agli eventi e quindi contesta la legittimità dei bombardamenti americani in Afghanistan, e l’aiuto militare dato ai Mujahiddin per abbattere il regime dei Talebani. Secondo Ferrajoli la risposta corretta avrebbe dovuto essere un’operazione di polizia su vasta scala condotta sotto le bandiere delle Nazioni Unite, per la ricerca, la cattura e il processo dei colpevoli.

Questa tesi non è priva di ragionevoli elementi e anche di suggestione: se gli americani l’11 settembre fossero riusciti a cogliere sul fatto una parte dei dirottatori e li avessero catturati, non li avrebbero certo internati in un campo di concentramento come prigionieri di guerra, ma li avrebbero portati in prigione e poi avanti un Corte federale per il processo.

Tuttavia, ad un esame più attento, tale interpretazione non sembra corretta. Sia pure senza dichiarazioni e rivendicazioni formali, di fatto "vi è stato l’invio da parte di uno Stato (Afghanistan) o in suo nome di bande o di gruppi armati, di forze irregolari e di mercenari che hanno compiuto atti di forza armata contro un altro Stato". Cosi, testualmente, viene definito il concetto di aggressione armata (guerra) da una risoluzione dell’Onu del 1974.

Credo che nessuno più dubiti che Osama bin Laden sia a capo di un’organizzazione terroristica denominata Al Qaeda e abbia (avesse) altresì al suo servizio uno Stato, l’Afghanistan, dove erano situate alcune basi essenziali di Al Qaeda, e dove è stato ideato e organizzato l’attacco dell’11 settembre. Tacere questi fatti mi sembrerebbe ipocrita, ma soprattutto sbagliato.

Allargando l’orizzonte credo si possa dire che a partire dall’11 settembre le parti attualmente in lotta sono due: da un lato gli Stati Uniti, l’Europa, la maggioranza dei Governi arabi moderati, la Russia, la Cina, l’India. Dall’altro lato invece ci sono le moltitudini arabe che aspirano da tempo a diventare un’unica "nazione" e a riunirsi in un solo Stato, facendo leva su un patrimoni genetico e culturale e sulla comune fede in Allah (pur in una molteplicità di interpretazioni).

Queste moltitudini sognano il riconoscimento e il riscatto del mondo islamico e si ritengono vittime di crimini da parte dell’Occidente e degli Stati Uniti in particolare. Questa è la ragione per cui bin Laden gode di vasta popolarità nel mondo islamico, che si sente oppresso dall’egemonia occidentale con l’aiuto di governanti corrotti. L’Occidente si è impadronito del petrolio, la maggiore ricchezza araba, e mentre i vari clan familiari al governo si arricchiscono a dismisura, le masse arabe impoveriscono.

Ma non sono tanto le condizioni economiche che alimentano il malcontento arabo, quanto la frustrazione politica, il complesso di inferiorità tecnologica, la globalizzazione di segno americano. Queste considerazioni, e altre che si potrebbero sviluppare, spiegano il profondo greve rancore che pervade le masse islamiche determinando un moto "irredentista", e rendono ragione del fatto che un’organizzazione terroristica privata (ma padrona di uno Stato) come Al Qaeda guidata da Osama bin Laden, ritenendo favorevole il momento, possa in nome di una entità politica ancora virtuale (la "nazione araba") scatenare la guerra santa contro l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare nella speranza di incendiare la prateria, di sollevare le moltitudini islamiche contro i governi corrotti.

E’ diffìcile negare che gli eventi dell’11 settembre abbiano dato inizio ad una guerra di tipo nuovo (asimmetrica, anomala) promossa dall’irredentismo islamico, di cui bin Laden si proclama l’avanguardia con una popolarità molto vasta nel mondo arabo: si tratta di una guerra "per il riconoscimento di sé".

Due sono le alternative: o una pace nella giustizia, vantaggiosa per entrambe le parti (a prescindere dalla sorte personale di bin Laden). Oppure una sconfitta temporanea dell’Islam, che tuttavia non farebbe che rinviare la partita. Qualunque altra ipotesi sarà la benvenuta, ma credo che ogni ragionamento debba partire da un punto fermo: l' 11 settembre non è stato solo consumato un delitto di tremende proporzioni, ma è incominciata una vera e propria guerra, sia pure di tipo nuovo.

Non è indifferente che l’ONU, il più alto organismo internazionale, abbia dato la stessa interpretazione degli eventi. Con la risoluzione n° 1368 del 12 settembre ha definito l’attacco "una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale", e con la successiva n° 1373 del 28 settembre ha riaffermato "il diritto alla legittima difesa individuale e collettiva", cioè alla guerra. Si può dunque concludere che gli eventi dell’ 11 settembre non vanno considerati soltanto un crimine terroristico, ma un vero e proprio atto di guerra, cui è legittimo rispondere con la guerra.

Sarebbe però un errore se la risposta fosse solo militare, soprattutto se affidata ai rozzi bombardamenti americani: lo scontro fra irredentismo arabo e Occidente diventerebbe cronico.

La situazione impone che, mentre si schiaccia quella che si ritiene la testa del serpente, gli USA e l’Occidente operino una profonda revisione della politica verso il mondo arabo, che ponga fine al suo sostanziale vassallaggio. Un banco di prova potrebbe essere una giusta soluzione del conflitto israelo-palestinese, che dura ormai da 50 anni e che rappresenta su piccola scala lo scontro su grande scala fra l’irredentismo arabo e l’Occidente.