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La riscoperta di Oddone Tomasi

Bella mostra del pittore roveretano, formatosi alla scuola della secessione viennese.

L’ultima mostra personale dedicata a Oddone Tomasi risale a quasi trent’anni fa. Questa lacuna viene colmata oggi dall’esposizione in corso a Palazzo Trentini, curata da Giovanna Nicoletti con la collaborazione di Barbara Ferrari e Gabriella Parisi, che si conclude il 23 febbraio ma viene riproposta ad Arco dal 15 marzo al 5 maggio. Vi sono raccolte settanta opere provenienti unicamente dalle collezioni di famiglia, in parte inedite. Una bella mostra: per la qualità delle opere, l’attento studio sui materiali d’archivio che l’ha preceduta, la misura di un allestimento scandito per generi e temi.

Oddone Tomasi, “Autoritratto con bagnante” (1921).

Nato a Rovereto nel 1884, Oddone Tomasi ebbe la prima formazione nella medesima Scuola Reale Elisabettina che formò Garbari, Depero, Cainelli, Baldessari, Bonazza, Melotti: una scuola tecnica, che quindi dava una visione dell’arte saldamente legata al mestiere, ma che le qualità didattiche di Luigi Comel aprivano al talento individuale e ai fermenti culturali. Sarà, più tardi, l’Accademia viennese, tra il 1905 e il 1913, a completarne la formazione. Di questa base accademica abbiamo in mostra alcuni studi di nudo.

Nella sua pittura non troviamo un’adesione incondizionata allo stile secessionista (come fu invece per Bonazza), piuttosto, come annota Giovanna Nicoletti, "il clima secessionista mediato tra tardo romanticismo e venatura espressionista". Nel ritratto, il genere forse più congeniale a Tomasi, la freschezza del trattamento della materia cromatica rivela che la fedeltà all’immagine naturale è sempre collegata a un’interpretazione emotiva. Una ricerca di vivezza psicologica e intensità espressiva, che prende in qualche caso accenti più marcati, drammatici, come nel vigoroso autoritratto per "La vendetta" del 1910, oppure, all’opposto, un’impronta caricaturale e autoironica.

In quest’ambito troviamo un intenso ciclo dedicato alla madre, tutto fondato sul volto e sulle mani.

Una qualità simile troviamo in alcune delle nature morte: essenziali e sobrie nella composizione, crepuscolari nella concezione della luce e dello spazio, riflettono uno spirito venato di malinconia ma sedotto dalla natura. Lo dimostrano, sia pure ad un grado di poco inferiore, anche alcune immagini di paesaggio, che sfuggono alla resa topografica per fermare una vibrazione dell’animo. Accanto a tutto questo, vediamo comunque emergere elementi tematici e stilistici meno intimi e personali, più indotti da istanze culturali, letterarie o religiose.

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