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Il Baldessari ritrovato

L'antologica di Iras Baldessari a Palazzo Trentini

Quella di Roberto Baldessari (divenuto poi Iras Baldessari per distinguersi da Luciano) è stata, fino a qualche anno fa, una storia artistica conosciuta per frammenti. Per varie ragioni. Non tanto quel pregiudizio ideologico che operò per un pezzo dopo la seconda guerra nei riguardi della vicenda futurista (ciò non impedì infatti a Depero di ottenere o riottenere poi nel tempo il posto e la notorietà di cui gode), quanto fatti più legati alla sua personalità, a cominciare dall’esser stato "un cattivo segretario di se stesso - come scrisse Bruno Passamani nel ‘67 - aiutato anche dalle circostanze della sua vita girovaga e dagli infortuni bellici, che dispersero o distrussero indispensabile materiale documentario".

Iras Baldessari, "Chanteuse" (1916).

Si è aperta in questi giorni a Palazzo Trentini un’antologica (la più ampia da molto tempo a questa parte, visitabile fino al 30 marzo) curata da Maurizio Scudiero, che è andato raccogliendo e pubblicando dal 1989 un catalogo generale delle opere futuriste di Iras Baldessari, il cui aggiornamento è tuttora in corso.

Una vita girovaga. Nato a Innsbruck nel 1894 da genitori roveretani, si trasferì a Rovereto nel 1904 dove Luigi Comel (il "mitico" professore della Scuola Elisabettina) ne riconobbe il talento. Dal 1908 al ‘14 è all’Accademia di Venezia, allievo di Ciardi (ma vi incontra anche Rossi, Moggioli, Garbari). Nel 1915 è a Firenze: la sua adesione al futurismo parte dal dinamismo plastico boccioniano e si sposta verso una sensibilità cubista più vicina alla visione di Soffici e dei toscani. Nei primi anni ‘20 comincia a muoversi, non solo fisicamente. E’ ad Hannover accanto a Schwitters, apre una ricerca che va oltre il futurismo e lo porta all’astrazione. Non durerà molto. Già dal 1923, e ancor più dalla metà del decennio, nel contesto di quel fenomeno di "ritorno all’ordine" che tocca molti artisti già attivi nell’avanguardia, si volge alla pittura figurativa. Ma è interessante notare che per qualche tempo i piani stilistici coesistono in parallelo.

La mostra consente di apprezzare le tappe e anche gli accavallamenti di questa lunga migrazione stilistica. La pittura ha qui una parte largamente prevalente, con una sezione grafica forse un po’ sottodimensionata all’importanza che ebbe nel percorso di Baldessari. Spiegando il ritorno al figurativo, Scudiero parla anche di "necessità vitali". Nonostante il livello colto e cromaticamente raffinato della sua pittura figurativa (anche se ama i temi popolari), la sensazione è che la continua migrazione stilistica di Baldessari non sia l’ultima ragione della sua "sfortuna critica", per risalire la quale c’è voluta una rivisitazione non sempre agevole della produzione futurista, che ci si presenta qui come la parte preziosa della sua pittura, ormai percepita come tale anche all’estero, se è vero che negli ultimi anni le mostre sul futurismo riservano a Iras Baldessari (ultima, in questi stessi giorni, quella di Dortmund) un posto di tutto rispetto.

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