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L’epopea delle “badanti” che vengono dall’Est

In Trentino sono quasi duemila: senza il loro apporto lo stato sociale assistenziale crollerebbe. La prossima sanatoria: un atto di equità, che però può far lievitare i costi. Fino a mettere fuori gioco tante famiglie.

All’interno del fenomeno immigratorio, una corrente con caratteristiche peculiari e di peso specifico significativo è quella delle lavoratrici provenienti dai paesi dell’Est europeo (Ucraina, Moldavia, Polonia ecc.), che pur prive del permesso di soggiorno trovano facilmente lavoro in Italia, come "badanti". Con questo termine vengono denominate nel gergo dei servizi socio-sanitari quelle persone che si occupano dell’assistenza domiciliare degli anziani e degli ammalati. Quasi prive di visibilità sociale, giocano un ruolo importantissimo anche fra le pareti domestiche di molti trentini.

Nel recente convegno sull’immigrazione tenutosi a Rovereto (vedi Immigrati: non muri ma ponti) Vincenzo Passerini, presidente del Forum della Pace, aveva quantificato la loro presenza nella nostra provincia in circa 1.500-2.000 persone, quasi tutte clandestine, e aveva sottolineato come un improvviso estinguersi di questa risorsa determinerebbe il collasso delle nostre strutture assistenziali e sanitarie che si occupano degli anziani. "Costituiscono ormai - ci dice Antonio Rapanà, titolare dell’Ufficio Immigrazione della Cgil e membro della segreteria provinciale - una componente del sistema socio-assistenziale, anzi la componente maggioritaria". "Non sono meno di 1500 - afferma Giovanni Taparelli, diacono, responsabile del Cedas -. Solo nel 2001, sono state 700 le famiglie che si sono rivolte a noi per trovare un’aiutante domiciliare. E nel giro di 48-72 ore la richiesta è stata soddisfatta". Il Cedas è il braccio operativo della Caritas, l’ente ecclesiastico che si occupa di povertà ed emarginazione; ad esso fanno capo i Centri (e i Punti) di ascolto e solidarietà, capillarmente diffusi sul territorio e in contatto fisico quotidiano con gli immigrati.

Alla base del fenomeno c’è l’invecchiamento della popolazione, per il quale, secondo le statistiche dell’ONU, l’Italia è al primo posto nel mondo, con la più alta percentuale di ultrasessantenni. Questo fattore, poi, si è combinato con altre modificazioni del tessuto sociale, in particolare con quella del mercato del lavoro, che registra sì un’accentuata propensione al lavoro femminile, ma non per i lavori domestici, che vengono anzi rifiutati. Il risultato è che la famiglia nucleare, con i genitori spesso occupati in attività lavorativa esterna, non è più in grado di prendersi cura dei vecchi, specialmente quando non sono autosufficienti. La risposta dovrebbe venire dal sistema pubblico di protezione sociale: case di riposo, reparti di lungodegenza, residenze protette, convalescenziari, servizi di assistenza domiciliare ecc., ma a rendere drammatica la situazione è proprio l’insufficienza di queste strutture e di questi servizi (vedi la scheda Anziani e servizi in Trentino di Renzo Dori, presidente della Casa di riposo di Povo). Il governo provinciale non ha saputo o voluto cogliere il campanello di allarme che inequivocabilmente giungeva dagli studi e dalle proiezioni sugli andamenti demografici.

A trovare un rimedio ai ritardi della politica ha pensato la società civile, che ha dato prova di grande vitalità, e che ha approfittato di un momento storico, diciamo così, favorevole, la dissoluzione dell’URSS, che ha alimentato e alimenta un flusso migratorio dai paesi dell’Europa orientale. Questa è la genesi dell’epopea delle "badanti". "Trovarne una - c’è scritto nel Rapporto della Caritas del Nord-Est - è il cruccio di molte famiglie; averla finalmente trovata viene considerata una fortuna".

E’ chiaramente una soluzione tampone, su cui non ci si può adagiare, ma non priva di qualità. Intanto all’anziano, che spesso vive da solo o col coniuge, viene evitato o almeno differito il trauma del ricovero in casa di riposo (le famiglie, in genere, inoltrano comunque la domanda per un posto nelle R.S.A.). Poi, questo flusso migratorio è costituito da individui che condividono sostanzialmente la nostra cultura, i nostri valori; che conoscono o imparano con una certa facilità la nostra lingua. In mancanza di queste premesse non sarebbero altrettanto idonei ad occuparsi di persone, come gli anziani e gli ammalati, che non hanno bisogno solo di aiuto materiale, ma anche di comunicazione; né potrebbero intrattenere gli indispensabili rapporti di coordinamento con la famiglia dell’assistito

Il notevolissimo differenziale del potere d’acquisto della moneta (prima le lire, adesso l’euro) fra l’Italia e quei paesi, è poi l’elemento decisivo, che chiude il cerchio di questo emblematico incontro tra domanda ed offerta di lavoro, garantendo convenienza economica ad entrambi i contraenti.

Il responsabile del Cedas ci informa che le retribuzioni delle aiutanti domiciliari immigrate (1,5-2 milioni di lire al mese, più vitto e alloggio) sono anche di 30-35 volte superiori alla retribuzione media percepita da un’infermiera o da un lavoratore professionalmente qualificato, nel paese di origine, quantomeno nei più poveri (Ucraina, Moldavia). Insomma, poiché in genere godono del trattamento di vitto e alloggio e quindi spendono poco o nulla, con qualche anno di lavoro in Italia possono farsi la casa nel loro paese o avviare un’attività commerciale.

Ma, in concreto, chi sono queste donne, che caratteristiche socio-anagrafiche hanno?

Il citato studio della Caritas, effettuato sulla base dei dati Cedas, ne delinea un identikit abbastanza preciso. I paesi di provenienza sono principalmente l’Ucraina, la Polonia, la Moldavia, la Russia, la Bielorussia. "Non poche - dice Taparelli -, dopo una prima esperienza nel nostro Meridione, approdano in Trentino, attratte da retribuzioni sensibilmente più alte di quelle pagate al Sud". Sono qui da sole anche se 3 su 4 sono coniugate; la maggior parte sono ospitate presso la famiglia in cui lavorano; il gruppo di età più folto (35,3%) è quello delle quarantenni, ma vi è una quota significativa anche di cinquantenni (16,1%); molte di loro hanno livelli di scolarizzazione elevata o molto elevata (laurea, il 18%); la gran maggioranza sono clandestine. E, possiamo aggiungere, il loro modo esistenziale di essere clandestine ridicolizza lo stereotipo generalizzato del clandestino equiparato a criminale

Come arrivano nelle case di tanti trentini, quali canali ve le portano?

"Entrano in genere col visto turistico - spiega Rapanà - che consente un soggiorno di 90 giorni al massimo, ma non permette di lavorare. Non può essere rilasciato più di una volta a semestre ed è subordinato al possesso di alcune condizioni fondamentali, fra cui la disponibilità di un alloggio e di risorse sufficienti per viaggi e soggiorni. Dalla Polonia, che ha qualche aggancio in più con l’Unione Europea, vanno e vengono, perché non c’è la necessità del visto turistico: vale comunque anche per loro la permanenza massima di 90 giorni e il divieto assoluto di lavorare".

"Arrivano - spiega il direttore della Caritas trentina, don Francesco Malacarne - sulla base di un passaparola, a volte fra parenti, coi pullman che settimanalmente fanno la spola, e sempre con questo mezzo inviano cose e corrispondenza alle loro famiglie. Una volta qui, cercano lavoro, quindi in modo irregolare, da clandestine."

La Caritas svolge un ruolo quasi istituzionale, di ufficio di collocamento, di tramite con le famiglie, che potrebbe prestare il fianco all’accusa di favoreggiamento della clandestinità. Di fatto è un interlocutore imprescindibile per queste donne, che a causa della loro posizione irregolare non possono rivolgersi a sportelli pubblici. Fornisce inoltre un sostegno di prima accoglienza (un letto per dormire, un pasto, indumenti, a volte farmaci), limitato però ad un periodo di pochi giorni. Capita perciò, non raramente, che le immigrate debbano passare le notti in rifugi di fortuna o sulle panche della stazione. Ultimamente sta sorgendo al loro interno una rete di mutuo soccorso, per questi frangenti, e stanno decollando forme di associazionismo, anche se, fino ad ora, solo per gruppi nazionali. A Trento, ogni domenica, nei locali di quattro parrocchie si incontrano le polacche, le moldave, le ucraine, le sudamericane, in numero anche di alcune centinaia. Lo stesso avviene a Rovereto e presumibilmente in altri centri della provincia.

Purtroppo le organizzazioni malavitose non sono state a guardare. Sia nei paesi di partenza che al loro arrivo in Italia, Trentino compreso, come ci confermano Taparelli e Rapanà, spesso si interpongono mediatori criminali che estorcono alle loro connazionali somme che possono arrivare fino ai 2.000 dollari, facendo leva specialmente sulla loro irregolarità. Perfino per le rimesse di denaro che effettuano ai loro familiari pagano a certe banche commissioni esorbitanti, nell’ordine delle 100/130.000 lire per ogni milione.

In quali sanzioni incorrono le clandestine se vengono scoperte? E le famiglie che le hanno assunte?

"Innanzitutto la loro posizione di clandestine o irregolari le fa vivere quasi segregate - spiega Rapanà -, comunque in situazione di disagio continuo. Se venissero scoperte scatterebbe il provvedimento amministrativo di espulsione, che comporta il divieto di rientrare in Italia per cinque anni. Alle famiglie bisogna ricordare che corrono qualche rischio, perché chi assume lavoratori privi di permesso di soggiorno, commette un reato penale, sanzionabile con l’arresto da 3 mesi ad 1 anno o con l’ammenda da 2 a 6 milioni. Anche se non mi risulta che alle famiglie sia mai stato applicato".

"L’ente pubblico - afferma il direttore della Caritas - non fa controlli rigorosi; non ne ha alcun interesse, per non tirarsi addosso un problema che non è in grado di risolvere".

E se queste irregolari dovessero rivolgersi per infortunio o malattia alle strutture sanitarie pubbliche?

"E’ chiaro che essendo irregolari - spiega Rapanà - non hanno né tessera sanitaria né polizza assicurativa. La legge, tuttavia, prevede che i clandestini abbiano comunque diritto alle cure urgenti e necessarie ed esiste il divieto per gli operatori sanitari di segnalarli alle autorità di pubblica sicurezza. Naturalmente, se ha risorse, l’immigrato clandestino ha l’obbligo di pagare le cure".

Alla tutela sindacale, hanno diritto? Voi la fornite?

"La Cgil ha deciso di tutelare queste lavoratrici, anche se irregolari. Ci sono sentenze che sottolineano come il diritto a rivendicare le spettanze economiche sia riconosciuto a tutti, a prescindere dalla regolarità. Ed infatti abbiamo aperto alcune vertenze, peraltro con grande scandalo di qualche famiglia, per le violazioni che subiscono da parte dei datori di lavoro, su salario, orario, ferie, tredicesima, liquidazione".

Certo che se sottoposte al vaglio sindacale, ben poche posizioni, o nessuna, risulterebbero formalmente a posto. Le famiglie, infatti, cercano di stare in campana per quanto riguarda l’aspetto sostanziale, cioè la retribuzione, conformandosi alle informazioni che vengono dispensate e che hanno finito per assumere una valenza di ufficialità, ma trascurano completamente gli aspetti formali, commettendo errori d’ingenuità o dovuti a banali equivoci. D’altra parte questo tipo di lavori spesso si svolge in nero, anche quando le colf sono italiane.

La necessità ha dunque aguzzato l’ingegno e queste lavoratrici rappresentano per il nostro paese un toccasana, una risorsa preziosa. Può addirittura essere visto come un trionfo della libera iniziativa, del liberismo (più realisticamente a noi sembra un triste "fai da te", obbligato), roba da leccarsi i baffi per il Centro-destra e per Forza Italia. E invece la posizione di chiusura ideologica sull’immigrazione, imposta dalla Lega, prevale su ogni altra considerazione ed anche per queste esigenze molto speciali delle famiglie, cui pure dovrebbe provvedere lo Stato, vige il catenaccio.

"L’Italia è una fortezza - dice Rapanà -, le restrizioni poste dalla programmazione degli ingressi sono rigidissime. Non sono previste quote specifiche per queste lavoratrici, vengono messe nel calderone generale e i relativi permessi vengono subito esauriti". In questo contesto si colloca il provvedimento di sanatoria, inserito nel citato disegno di legge Fini/Bossi sull’immigrazione, approvato dal Senato l’ultimo giorno di febbraio e in procinto di passare alla Camera. "E’ stata un’iniziativa dei cattolici della maggioranza - dice il sindacalista della CGIL - dettata non tanto da sensibilità sociale, quanto dalla consapevolezza, presente anche in talune forze del Centro-destra, che senza l’apporto di queste donne lo stato sociale salterebbe".

Ben venga, quindi, la sanatoria. Non era possibile fingere ancora di non vedere, di non sapere, costringendo persone che svolgono un servizio di particolare significato morale e sociale, a vivere come ombre, sotto l’incubo dell’espulsione. Occorre tuttavia che le condizioni della regolarizzazione non siano tali da incrinare l’attuale profilo di mutua convenienza e di sostenibilità economica per le famiglie. Ora, il testo approvato dal Senato prevede il pagamento da parte del datore di lavoro di un importo una tantum corrispondente a tre mesi di contribuzione (circa 1 milione di lire), per mettersi in regola col passato, e poi la stipulazione di contratti di lavoro in piena regola con il versamento dei contributi e tutto il resto, che farebbe facilmente lievitare il costo ad oltre trenta milioni di lire annue. E’ facile prevedere che se queste saranno le modalità definitive si continuerà ad operare prevalentemente in nero, con rischi tuttavia molto maggiori, specialmente per le immigrate (la legge Fini-Bossi prevede un inasprimento delle sanzioni), e che nel contempo si farà ben più forte la pressione sulle strutture pubbliche di assistenza.

"Io non credo - dice Taparelli - che potranno essere questi i termini della sanatoria. Le famiglie che assumono le aiutanti domiciliari non fanno parte di una fascia elitaria, privilegiata, si tratta di famiglie a reddito normale, che non possono sostenere costi elevati. Se lo scopo è di far emergere il sommerso e di salvaguardare questa risorsa indispensabile, bisognerà fare ponti d’oro…".

"La pubblica amministrazione - dice Rapanà - sa bene che se dovesse iscrivere nel proprio bilancio i costi per queste forme di assistenza dovrebbe impegnare capitali molto consistenti". Capitali, che finora, grazie all’iniziativa delle famiglie, lo Stato e anche la nostra Provincia, hanno potuto risparmiare.

Facciamo un confronto con la scuola: i genitori che per i loro figli vogliono fare una scelta privatistica, pur essendoci la scuola pubblica in grado di offrire un servizio quantomeno dignitoso a tutti, ottengono sussidi e gli istituti privati vengono generosamente finanziati. Le famiglie che, per l’inadempienza del Pubblico, si fanno carico dell’assistenza degli anziani, anziché incentivate vengono penalizzate. "Occorrerebbero politiche di sostegno alle famiglie - dice Rapanà -, sia con interventi finanziari diretti, sia attraverso la decontribuzione e l’alleggerimento di tutti gli oneri". La Regione Friuli-Venezia Giulia ha imboccato questa strada fin dal 1998, erogando un assegno da 5 a 10 milioni di lire per anno, alle famiglie che tengono i vecchi in casa. Anche da noi era stata ventilata un’ipotesi simile; che fine ha fatto?

A parte gli aspetti economici, quali problemi si porranno dopo la regolarizzazione?

"Ci sarà bisogno - dice Rapanà -, di una politica più complessiva, di una struttura che agevoli le famiglie nello svolgimento di tutti gli adempimenti intrinseci al rapporto di lavoro, e di politiche di formazione per queste lavoratrici".

"Per il ‘dopo’ - informa Taparelli – siamo già impegnati, con Atas, Acli, Laboratorio di Informatica di Ingegneria ed altri enti, nel progetto ‘Equal’, finanziato dal fondo sociale europeo e coordinato dalla Federazione trentina delle cooperative. Ha in programma di costituire società cooperative di aiutanti domiciliari e di informare e consigliare le parti, affinché il rapporto di lavoro si svolga nella legalità e nella trasparenza.

E’ auspicabile altresì che a regolarizzazione avvenuta si dispieghi pienamente l’azione di quegli enti pubblici, oggi inibiti ad intervenire a causa della clandestinità dei soggetti, che possono garantire un sostegno alle immigrate nei periodi di disoccupazione frizionale, e che venga eliminata, almeno da noi, la piaga della intermediazione vessatoria".