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Un gabbiano che non vola

Teatro: Cechov secondo la regia di marco bernardi

Marco Bernardi

“Mi piacerebbe che questo ‘Gabbiano’ riuscisse veramente rotondo, vero [...], come Cechov l’ha scritto. Intenso e misterioso. Come la vita”. Parola di Marco Bernardi, il regista dell’allestimento del "Gabbiano" di Anton Cechov passato a fine gennaio all’Auditorium Santa Chiara di Trento. Dopo il debutto a novembre "in casa", al Teatro Stabile di Bolzano, lo spettacolo diretto da Bernardi è arrivato in stagione anche a Trento, e con un buon riscontro di pubblico, finalmente, dopo i mugugni dei piani alti del Centro Santa Chiara sul recente calo di spettatori (si è parlato addirittura di un 30% in meno: la crisi, dunque, sembra essere piombata anche sul teatro).

Ma le tante teste canute viste in platea domenica pomeriggio, nell’ultima delle quattro repliche di Trento, non fanno ben sperare sulla capacità di attrazione della stagione del Santa Chiara, soprattutto sulle giovani generazioni. Dato più sociologico che altro, questo, perché passando alla scena, le parole di Bernardi sul suo allestimento tradiscono, dopo le oltre due ore di spettacolo, una promessa non mantenuta. Ciò che non si può rimproverare al "Gabbiano" di Bernardi è di non essere stato rassicurante verso i suoi spettatori: tonalità pastello, morbide, quasi monocordi, nella regia e nel complesso della macchina scenica.

La scenografia, appena aperto il sipario, è ciò che colpisce di più: un’ambientazione classica, quella di una Russia di campagna, di una borghesia annoiata dei suoi stessi rituali, delle sue stesse tiepide passioni: il teatro alla vecchia maniera di Irina, la grande attrice, si scontra con il nuovismo "decadentista" di Kostja, con il suo maldestro tentativo di scardinare, senza successo, lo status quo all’interno di cui si trova. Ma il gioco a cui fa giocare i personaggi Bernardi non si accende: le passioni, le tensioni generazionali, artistiche e personali non si scatenano sotto traccia, rimangono sopite per poi lasciarle di volta in volta in mano all’attore di turno che prende le redini del gioco. È, questo "Gabbiano", uno spettacolo rassicurante, dove si rischia poco in scena e si rischia ancora meno in platea: gli attori sono buoni attori, la scenografia è degna di uno Stabile, i costumi anche, la regia è pulita, come ci si aspetta da Bernardi, nel suo tentativo di "fenomenologia applicata al teatro", come dice lui stesso. Il problema di questo "Gabbiano" che non vola è proprio questo: tutto molto, troppo ben curato, per dare davvero vita al grande quadro espressionista di Cechov, che avrebbe bisogno almeno di una chiave di lettura, almeno di un’angolazione interpretativa. Un buon testo e una buona compagnia di attori fanno metà dello spettacolo, si dice spesso: vero, ma ci vorrebbe anche l’altra metà. E questo "Gabbiano" rimane appunto a metà, non riesce a spiccare il volo, rimanendo sui binari sicuri di un teatro d’altri tempi, di un teatro ben fatto, ben compiuto, ma che fatica a emozionarsi, a far vibrare le sue stesse corde e quelle del pubblico.

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