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Sbandate curiali

La Chiesa trentina e gli immigrati: una bella teoria generale offuscata da qualche scivolone.

Il pensiero ufficiale della Chiesa trentina in tema di immigrazione e di rapporti con i cittadini stranieri è noto, e si tratta di una posizione equilibrata, difficilmente non condivisibile nei suoi punti essenziali. Ogni tanto però si assiste a delle sbandate: da parte dei vari don Bombardelli (vedi Se questo è un prete..)- e pazienza; ma ora anche da parte dello stesso vescovo Bressan, il quale, simpaticamente amante com’è delle chiacchierate informali, rischia di andare sopra le righe per amore della battuta (un po’ come succede al nostro capo del Governo); e così, qualche settimana fa, ha consigliato ad un’assemblea di artigiani di selezionare i propri dipendenti extracomunitari privilegiando le etnie di religione cristiana, raccontando alcune sue negative esperienze in veste di datore di lavoro in Pakistan, dove un suo giardiniere perdeva un sacco di tempo a pregare e non dava retta alla suora (vedi, nel numero scorso di QT, Giustizia è fatta?).

Il vescovo Luigi Bressan.

Quasi un mese dopo, convintosi che il giornalista dell’Adige lo avesse frainteso, ha finalmente precisato: "Mi spiace - dice il vescovo in un’intervista a Vita Trentina dell’11 marzo, ripresa dall’Adige - che su un tema così rilevante si sia ridotto il mio pensiero a quanto riportato da un quotidiano. Il mio pensiero era più circostanziato. Lo ho espresso diverse volte e in altre forme rispetto a come è riportato là… E’ vero che… ho fatto riferimento alle mie difficoltà con un dipendente musulmano in Pakistan, ma si è ignorato che avevo detto di aver avuto buoni rapporti con gli altri collaboratori della stessa religione".

Dopo di che ribadisce il suo irreprensibile credo sull’argomento: "La crescita degli immigrati è un fenomeno inarrestabile, non solo perché molti che arrivano da noi scappano da una situazione che non offre possibilità di vita, ma anche perché il nostro sistema economico ha bisogno di loro; non da ultimo, la fede cristiana ci impegna alla solidarietà". Occorre quindi "un’accoglienza coraggiosa, che faciliti l’integrazione e la vita familiare. Il rispetto per l’altro, per le diversità di cui è portatore deve coniugarsi, oltre che con la richiesta che egli osservi le leggi del nostro ordinamento, anche con la nostra testimonianza dei valori che fanno il nostro patrimonio religioso e spirituale".

Tutto a posto, dunque? Non proprio, perché più o meno negli stessi giorni non un parroco purchessia, ma il delegato vescovile alla cultura, don Fortunato Turrini, se ne esce sull’Adige con delle dichiarazioni stravaganti - una sorta di catechismo sul come comportarsi con gli immigrati - in cui dice tutto e il suo contrario; e, mostrandosi dotato di eccezionali riflessi, smentisce e rettifica il suo proprio pensiero all’interno di una stessa esternazione.

L’avvio è sconfortante, ma senza dubbio originale e possiede una sua logica: "Gran parte degli immigrati - sostiene don Turrini - innestano gravi problemi di tipo sociale e di tipo religioso e le difficoltà di integrazione sono aggravate dai mezzi di comunicazione, che consentono loro di mantenere con la comunità di origine un legame strettissimo. I mezzi di comunicazione sono quindi complici perché grazie ad essi l’immigrato non è obbligato ad essere ‘uno di noi’". Che fine ha fatto quel "rispetto per le diversità" evocato dal vescovo?

Ma ecco che, repentina, alla severità subentra la comprensione: "Prima di tutto – continua con Turrini - non [bisogna] ghettizzarli, anche perché questo modo di agire alimenterebbe i focolai di avversione alla nostra comunità… Aiutarli a capire che le nostre diverse religioni possono convivere… non tentare di distoglierli dai loro usi e dalle loro tradizioni".

Allora gliela lasciamo, agli immigrati, la parabola satellitare? Forse sì.

Ma dopo un colpo al cerchio e uno alla botte, tocca di nuovo al cerchio e don Turrini affronta un altro punto a suo avviso importante, invitando i fedeli - par di capire - a non fare l’elemosina agli extracomunitari, e forse anche a non comprare accendini e altra paccottiglia. Giusto, si dirà: gli immigrati possono e debbono avere un loro ruolo nel contesto italiano, non bisogna permettergli, con un falso pietismo, di adagiarsi e incanaglirsi nella mendicità!

Ma non di questo si tratta. Bisogna ricordarsi, spiega il delegato vescovile, "che il denaro dato loro non è recepito come atto di benevolenza, ma come una nostra dabbenaggine in onore di Alllah". Dal che si evince che l’elemosina si può fare ai mendicanti cristiani, non a quelli islamici (sempre sperando che con quel "denaro dato loro" non meglio precisato si intenda la carità e non il salario, nel qual caso la faccenda sarebbe un po’ più grave…).

Ora vedremo se anche don Turrini avrà da lamentarsi, magari per il titolo dato al suo intervento ("Non date soldi ai musulmani"), senz’altro non esauriente rispetto a tutto quanto da lui detto, ma ovviamente centrato sulla sua affermazione più singolare.

Intanto sta raccogliendo i primi consensi: "La federazione provinciale di AN - leggiamo sul Trentino del 14 aprile - condivide pienamente i 7 comandamenti di don Fortunato Turrini…".