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Eugenio Prati fra quadro di genere e romanticismo

Pur essendo il primo di dieci figli di una famiglia di Caldonazzo, Eugenio Prati apprese la pittura in due delle più importanti accademie italiane. A quattordici anni era già a Venezia, dove rimase fino al 1866 (era nato nel 1842) e da lì proseguì gli studi a Firenze. Visitare la mostra in corso a palazzo Geremia a Trento (aperta fino al 30 giugno) vuol dire immergersi in una pagina inconfondibilmente ottocentesca, priva di tentazioni innovative legate alla rivoluzionne impressionista, o anche solo alle sperimentazioni divisioniste, che negli stessi anni cambiarono il corso delle ricerche pittoriche.

Eugenio Prati, “Indecisione” (1896).

A differenza di altri artisti italiani della sua generazione, che sentirono il bisogno di evadere dalla propria terra, e addirittura dall’Italia (ricordiamo Zandomeneghi, Boldini, De Nittis, recentemente indagati dal Mart) Eugenio Prati tornò, intorno ai quarant’anni, a lavorare in Trentino. Le opere che vediamo, esposte dopo vari decenni dall’ultima antologica (qui a dire il vero costrette in uno spazio troppo ridotto per una buona fruizione) appartengono quasi tutte al "periodo trentino". Cioè a quel periodo in cui l’autore matura un linguaggio pittorico che è un po’ la combinazione della sua solida, e anche ingombrante, base accademica con l’interesse per la vita e gli usi contadini delle nostre valli, filtrato però da una certa cultura letteraria. Benché, infatti, venga sottolineata - anche dalla curatrice Elisabetta Staudacher, autrice di una tesi di laurea sul Prati presentata nel 1996 - l’importanza dell’abbandono della pittura a soggetto storico praticata dall’artista nel periodo precedente, e che lo aveva visto premiato a Firenze, nonché il recupero delle proprie origini e dei temi della quotidianità contadina, è evidente che Eugenio Prati non rinnega in radice la cultura pittorica della sua formazione. Inizia, piuttosto, a elaborare una pittura di genere che avrà subito un pubblico di estimatori, ben al di là dei confini locali (in Inghilterra, ad esempio; e un suo quadro sarà acquistato anche dall’imperatore Francesco Giuseppe ). Più che un’aneddotica, la sua è un’impostazione narrativa alla ricerca del momento pregnante, del gesto significativo - ben rimarcato dai titoli assegnati alle opere: "Amor non prende ruggine"; "Il tempo è denaro"; "Tempesta a ciel sereno"; "Vecchiaia laboriosa", e così via - che va quasi a comporre un florilegio del buon senso popolare, perfino dei luoghi comuni, con un intento blandamente edificante. Non mancano, in questo genere, anche situazioni improntate alla malinconia, al distacco ("Divorzio", "Indecisione") e ai sentimenti negativi ("Gelosia", "Ira"), ma l’arte di Eugenio Prati è strutturalmente lontana dal vero dramma, predilige toni smorzati, sentimenti non dirompenti. In tutta questa parte della sua produzione, le abilità pittoriche sono messe al servizio di una ricerca di significato e di contenuto morale che toglie spesso immediatezza alle opere, le appesantisce di intenzioni extra-pittoriche. Sul piano stilistico, l’uso frequente di situazioni di controluce e una pennellata vaporosa nelle zone periferiche del quadro, che ricorda la lezione degli scapigliati Cremona e Ranzoni, sono strumenti pensati per suscitare l’adesione sentimentale dell’osservatore ma, come dicevamo, ben lontane dalle scelte radicali degli impressionisti.

C’è, tuttavia, un gruppo di opere, soprattutto nell’ultima fase (ma non solo), e diverse nel piccolo formato e nel bozzetto, in cui Prati si lascia andare di più al puro uso del linguaggio pittorico, e sono tutte quelle opere in cui l’elemento del paesaggio prende il netto sopravvento e, rovesciando la gerarchia di valori cui ci aveva abituati, relega per così dire la figura umana a tassello di un vasto puzzle cromatico. E’ la sensazione di un conflitto, mai davvero del tutto risolto, tra un’urgenza di narrazione simbolico-morale e una puramente contemplativa. Ne sono prova anche le due versioni - l’una in bozzetto e l’altra in grande formato - dell’opera "Ottobre" (1906). La prima tutta affidata ai tocchi di luce e ombra, l’altra ingombra di figure alquanto manierate. La stessa contraddizione che notiamo, in questi giorni al Mart, tra due opere del Prati esposte nella mostra sui paesaggi montani, quasi frutto di due poetiche diverse, l’una organica alle istanze romantiche delle origini (il rapporto tra l’individuo e la natura), l’altra tutta presa da preoccupazioni di messaggio.

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