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I Comuni e l’Europa

Cittadini, istituzioni europee e autonomie municipali.

Della costruenda Europa del futuro non si discute soltanto nella cosiddetta Assemblea costituente. Ed è un gran bene, anche se una parte dei dibattiti in corso sembra vada in una direzione sbagliata. Lasciar fare i "padri" della costituente (di madri ce ne sono veramente poche) in santa pace, sarebbe peggio.

Dal 22 al 24 maggio, a Graz si sono riuniti i rappresentanti delle città austriache, per la 52a assemblea generale dell’Associazione delle Città (Städtebund), ed il dibattito era quasi tutto incentrato sull’Europa, con un gruppo di lavoro sul futuro dei servizi municipali nell’ambito dello sviluppo del diritto europeo, e con due risoluzioni su urgenti questioni, quali la legittimazione democratica della futura Unione e i servizi municipali, a cominciare dal trasporto pubblico.

Se è vero, come è vero, che l’80 per cento delle decisioni che riguardano le nostre città, ora sono di competenza delle istituzioni europee (e cioè del Consiglio e del Parlamento), è abbastanza normale che le città sembra l’abbiano smessa con la piccola quotidiana guerriglia contro il governo di turno sulla distribuzione dei soldi pubblici. L’autonomia comunale, oggi come oggi, va ridefinita in seno all’archittettura dell’Unione europea.

L’Unione essendo - come bene la definisce la relazione Napolitano al Parlamento - sia l’Unione degli stati membri (espressa dal Consiglio che, a sua volta, almeno in teoria, viene legittimato e controllato dai parlamenti nazionali) che l’Unione dei cittadini (espressa, a sua volta, dal Parlamento europeo eletto in base al suffraggio universale), bisogna ri-definire il ruolo e la collocazione dei Comuni in questo quadro, anche perché esiste sì la Carta delle Autonomie Locali, ma essa non fa parte ne del diritto primario né delle tradizioni costituzionali di diversi stati membri organizzati sul modello della Repubblica centralizzata. L’Unione dei cittadini/delle cittadine, come può realizzarsi quando i regolamenti e le direttive, ai quali sono soggetti, a volte non sono nemmeno votati in Parlamento, e se sono votati, i parlamentari spesso non hanno la minima idea delle implicazioni che ne derivano su livello locale e regionale?

Come si combinano la necessità di regolare, in modo uguale per tutti, il mercato unico (il quale, poi, garantisce il benessere europeo) ed il principio della "sussidiarietà", cioè del fare localmente, quando le autorità municipali e regionali, più vicine ai bisogni ed alla volontà della cittadinanza, possono meglio organizzare la vita quottidiana della gente, di cui all’articolo 5 del Trattato?

La Commissione delle Regioni è un fantasma, in quanto ci sono rappresentati, assieme ad eletti delle autonomie locali, anche, ad esempio, i governatori della Corona olandese, e poi non ha nemmeno il diritto di influenzare davvero la legislazione europea. La creazione di una seconda camera, con reali poteri, dall’altro lato, complicherebbe la "comitologia" europea al punto di toglierle qualunque trasparenza, rendendola illeggibile ai cittadini.

I governi nazionali, riuniti nel Consiglio, dal canto loro, dovrebbero essere legittimati a rappresentare le istanze della volontà popolare nei singoli Stati, ma è arcinoto che quel Consiglio - unica istituzione europea! - si riunisce a porte chiuse; ufficialmente non si riesce a sapere chi ha votato e in quale modo. E poi, i ministri tornano a casa e quando qualcosa non funziona, la colpa è sempre di "quelli di Bruxelles".

Quando poi, in seno alla Costituente, si sente puzza di "ri-nazionalizzazione" delle decisioni, e di un "governo europeo" che non sia la Commissione, fiduciata dal Parlamento, ma invece il Consiglio, si sa che l’integrazione come l’abbiamo vissuta finora è arrivata al capolinea. Bisogna, anzi, ridurre il peso degli Stati nazionali, forzare l’integrazione, allargare l’integrazione, oltre il mercato unico, anche alle politiche sociali ed alla seconda e terza "colonna" dei Trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza (giustizia, sicurezza interna, diritti civili, politica estera), e allo stesso tempo democratizzare le decisioni, aumentando il ruolo del Parlamento fino a farne una vera Camera legislatrice. E poi bisogna rafforzare il ruolo sia politico che giuridico delle città e creare una rete di informazioni e dibattiti fra questo Parlamento e le autonomie locali. "La coesione territoriale e sociale non può realizzarsi dall’alto, deve essere vissuta dal basso. I comuni e le città sono le istituzioni democratiche più vicine ai cittadini ed alle cittadine, ed è dunque improponibile un’Europa democratica che non si costruisca partendo da queste" - recita la risoluzione dell’Assemblea delle città austriache.

Fin qui, tutto bene. Ma queste città, a volte, sono anche proprietarie di imprese comunali, le quali spesso godono di una posizione privilegiata, da monopolio (giuridicamente o nei fatti), i cui servizi, spesso, sono o carenti o troppo costosi appunto perché godono della rendita di posizione del regime monopolistico, perché manca la competizione. Servizi pubblici di alta qualità, per tutti, a costi sostenibili, é dunque il grido di battaglia della Commissione (ad esempio per quanto riguarda il trasporto pubblico). Devono per forza, i Comuni, produrre questi servizi in proprio, con delle proprie aziende, oppure possono ridursi al ruolo di garanti di questi servizi, in un regime di competizione controllata come prevede la Proposta della Commissione (n. 2002/107, del 21 febbraio del 2002, per la precisione) per il nuovo Regolamento per i trasporti pubblici?

La competizione come forza di innovazione, di risparmio sulla spesa pubblica, e, allo stesso tempo, di miglioramento della qualità, funziona, eccome, in molti Stati membri; e poi è anche un principio costituzionale del Trattato.

Le città austriache (con in testa "l’azienda Vienna", la "rossa" Vienna delle grandi municipalizzate, gestite in verità più dai sindacati che dai managers comunali o dai consiglieri municipali) fanno quadrato: in questo, socialdemocratici e popolari sono uniti nella difesa delle municipalizzate, in nome nientemeno che della democrazia, dell’autonomia comunale, della legittimazione delle decisioni, del sacro principio della sussidiarietà.

Ma questi signori, quando difendono il regime del monopolio municipale, sono sicuri di difendere i diritti dei cittadini a servizi pubblici di alta qualità a costi economici?

Certo, il mercato non è un valore in sé, é uno strumento, punto e basta, per arrivare ad un alto livello di produttività (e quando parliamo di giustizia distributiva, è tutto un altro discorso, qui ci vuole la politica, eccome). Ma un po’ più di economia di mercato, nei servizi comunali, sarebbe davvero il finimondo?

Cari sindaci, non è che state scambiando il sottogoverno partitocratico con l’autogoverno della società civile?

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