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Per un museo della memoria

Roberto Togni

All’inizio del gennaio 2002 un noto intellettuale lanciava sulla prima pagina del maggiore quotidiano italiano (Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera) l’idea di un museo della memoria degli italiani, appello riproposto in una intervista radiofonica da Rai 3 Fahrenheit. Quest’ultima ha chiesto ripetutamente agli ascoltatori, offrendo un numero verde per la risposta, i loro suggerimenti telefonici di "cose" da mettere in questo ipotetico museo.

Il successo di pubblico è stato superiore ad ogni previsione in un crescendo culminato nelle concomitanti celebrazioni (27 gennaio 2002, giorno ufficiale della "memoria" dell’Olocausto ebraico). Ed a coronamento casuale si è aggiunto, com’è noto, il successo della prima visione televisiva del film "Giorgio Perlasca, un eroe italiano", dedicato al salvatore di oltre cinquemila ebrei a Budapest.

Il dibattito ci sembra meritare un ulteriore approfondimento, perciò ci rivolgiamo alle pagine di questo giornale; mentre in ambiente universitario ci è dato di sentire il parere degli studenti.

E’ fuori discussione che, come giustamente osservava Galli della Loggia, in Italia ci sia un grande bisogno dl recupero di memoria, dall’unità nazionale ai giorni nostri. Un periodo di vastissimi mutamenti e progressi, non senza eventi travagliati: l’illusione di un impero coloniale, una dittatura, due guerre mondiali, l’Olocausto, i campi di concentramento degli italiani, la Resistenza. una successiva massiccia industrializzazione, spesso caotica, notevoli balzi in avanti e insieme perdite di valori e di identità. Il museologo si compiace che l’autorevole interlocutore abbia indicato il museo tra i vari strumenti per favorire questo serio recupero dì memoria collettiva. Ma, a malincuore, deve pure ricordare che nel nostro paese "roba da museo" ha senso spregiativo. Preferiremmo quasi parlare di "casa" o di "centro di documentazione della memoria". A parte la questione nominale (che è anche sostanziale), ci preme qualche puntualizzazione.

L’istituzione auspicata dal Galli della Loggia, a nostro modesto avviso, dovrebbe caratterizzarsi come luogo ospitale che unisse la piacevolezza al rigore scientifico e storico. un agile e accattivante strumento di cultura, capace di offrire documenti e programmi non fissi, ma che cambiano nel tempo, come in un teatro. Ma la disponibilità e l’aggiornamento dei materiali, la qualità del metodo e la viva partecipazione della gente dovrebbero far tesoro di esperienze museografiche, culturali e sociali fin qui in vario modo consolidate, a livello accademico e non. Si pensi da un lato alle importanti esperienze europee di museologia e di museografia storica, territoriale, antropologica, ecomuseografica; dall’ altro anche alle molte recenti operazioni capillari di raccolta di memorie rurali, artigianali, industriali, della miniera, ecc.(vedi la "Guida ai musei etnografici italiani", Olschki, Firenze 1997). Queste ultime sono iniziative prevalentemente spontanee, amatoriali, che non possono essere qualificate tout court come musei, ma significative per i servizi resi alla conservazione di materiali, di testimonianze e perché nate da un reale bisogno di memoria e di radici. Tra le prime, cioè quelle europee, sono da segnalare i vari musei europei a padiglione, a cielo aperto e le numerose "case di cultura" transalpine a servizio della storia, dell’istruzione popolare, dell’arte. dell’informazione e del tempo libero. Conserviamo, ad esempio, vivissimo il ricordo della "Casa della cultura" di Stoccolma, nel cuore della città: un edificio di grande vastità e flessibilità che comprendeva: arte contemporanea, design, cinema, teatro, libri, educazione civica, intrattenimento educativo per i bambini e per gli anziani, loisirs. È una struttura aperta a tutti, compresi agli immigrati extraeuropei, come attestano i giornali presenti nelle varie lingue, arabo compreso. Molti altri casi analoghi si incontrano in Francia, in Danimarca e in varie parti d’Europa. I suggerimenti raccolti da Rai 3 si sono prevalentemente indirizzati proprio verso i settori delle citate collezioni capillari italiane. Infatti uno dei primi ascoltatori ha citato la falce tradizionale da lui notata in un piccolo museo del contadino; altri hanno proposto differenti oggetti della miniera e della fabbrica; documenti delle lotte sindacali, delle guerre, della Resistenza; testimonianze di tradizioni popolari, di giochi di strada; il vecchio fonografo; la valigia di cartone dell’emigrante; il vagone ferroviario di terza classe, oggetto-simbolo capace di intense evocazioni, teatro di emigrazioni e di ritorni, di speranze e di delusioni. Lo scenografo Matteo Pericoli, che vive a New York, suggeriva "i grandi paesaggi italiani": giusta memoria dello sperpero di territorio che purtroppo si è fatto.

Tutti richiami non retorici, concretamente collegati al vissuto individuale e collettivo. segno dì capacità critica e di fame di valori antichi. L’elenco potrebbe teoricamente continuare assai a lungo. tanto più che è nata pure l’ipotesi di un Museo della lingua italiana (dialetti compresi), sotto gli auspici del Presidente della Repubblica Ciampi. Ma nell’impossibilità di proseguire oltre nell’elencazione, osiamo formulare una duplice raccomandazione metodologica e museografica. Si eviti che il Museo della memoria degli italiani dia luogo ad una costruzione ed un allestimento troppo elefantiaco e costretto ad essere sempre uguale a se stesso, dunque statico. Si eviti pure un eccesso di "virtualità". Se è vero che un moderno museo richiede l’uso della fotografia, del film, della televisione nonché dei più avanzati strumenti multimediali, segnaliamo, d’accordo con Ernesto Galli della Loggia, il rischio dell’eccesso di ricostruzione virtuale. Esso può arrivare a soverchiare e impedire il messaggio insito nella presenza fisica dell’oggetto "vero" il quale, prodotto dall’homo faber, dall’ingegno e dalla fatica dell’uomo, ne è anche lo specchio lampante, quasi palpabile, visibile, crogiolo di intelligenza e di manualità.

Perché non vorremmo un museo elefantiaco? Perché se la vastità dei materiali e dei documenti avesse pretese enciclopediche, ambizione di onnicomprensività, cadremmo nel limiti e nei problemi che oggi si riscontrano perfino nei più grandiosi musei di fama mondiale e di fruizione di massa, sia d’arte che di archeologia. Un noto scrittore ed esperto di musei, Kenneth Hudson, li dichiarava superati e li definiva polemicamente "dinosauri". Tale rischio nel caso nostro si eviterebbe proprio entrando in collegamento con le iniziative di periferia già esistenti, dalle quali attingere materiali e alle quali offrire consulenza. Senza contare che si potrebbe fare ricorso pure a prestiti di privati cittadini come già accade in vari paesi europei, dove si realizzano mostre temporanee con loro opere d’arte e di antichità o arredi e oggetti d’uso comune. Quest’ultima modalità, tra l’altro, promuoverebbe non solo una più larga partecipazione e un maggiore successo di pubblico, ma indurrebbe o consoliderebbe nella gente l’attitudine al rispetto ed alla conservazione delle memorie materiali e culturali all’interno delle case e delle famiglie: per una sorta di "museo della casa", "museo della famiglia", un possibile antidoto all’usa e getta della società dei consumi e alle spoliazioni che, talvolta, sono perfino favorite dalla politica di rastrellamento del musei.

Trasferito in casa nostra, Trentino e Alto Adige, questo dibattito trova un terreno già fertile negli importanti recuperi di cultura e di memoria rappresentati da alcuni noti musei: il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, il Museo storico di Trento, il Museo di arte sacra, il Museo Tridentino di Scienze Naturali, il Museo del Castello del Buonconsiglio, il Mart, il Museo Civico di Rovereto, I Musei Archeologici e Civico di Bolzano, il Museo di Teodone, il Museo di Bressanone, ecc. Istituzioni che documentano la cultura tradizionale, quella artistica, il Risorgimento e la Resistenza, il patrimonio naturalistico e religioso, ecc. Aggiungansi i recenti interessanti progetti museografici dell’area ex-Michelin di Trento e quelli dell’Alumix di Bolzano.

Anche per essi vale l’esigenza di evitare elefantismo, ripetitività, eccessi di virtualità. Basti citare in positivo il caso della Maison des Sciences di Parigi, relizzata in simbiosi con la Maison de la Musique nel grande spazio della Villette (ex mattatoio). Ivi si segnala in particolare La Cité des enfants: a nostro avviso quanto di più felice finora realizzato per i bambini (dai 4 ai 12 anni) in termini di gioco, di manualità, di creatività e di apprendimento dei fondamenti scientifici, con un uso ben calibrato dei più avanzati strumenti informatici, dunque senza eccessi di "virtualità", di finzione e di presunta "interattività".

Da ultimo un cenno alla ventilata "città della scienza" di Trento, nell’area dell’ex-stabilimento Michelin. La prospettiva ci sembra interessante. In anni recenti, infatti, si è sviluppata in Europa, a partire dall’America, una seria modalità di raccolta e ostensione di materiali scientifici del passato e del presente a documentazione della storia e delle conquiste scientifiche avvenute in tutti i campi. All’uopo si sono costruite grandi e modernissime sedi (citiamo per brevità solo Parigi, La Villette; Amsterdam, New Metropolis, ecc.). In alcuni casi si è significativamente intervenuti su grandi aree indutriali dismesse (recentemente a Napoli, Bagnoli), valorizzando dunque pure l’aspetto monumentale dell’archeologia industriale. Naturalmente si è fatto grande uso dei mezzi audiovisivi e di tutte le moderne strumentazioni di documentazione, di ricostruzione virtuale e di ostensione.

Ci sembra però che oggi valga la pena di muoversi con prudenza per due ordini di motivi: perché, se si considera che ci sono ditte che producono in serie materiali ostensivi e didattici destinati a questi musei o pseudomusei, c’è il serio rischio della ripetitività, per non dire dei possibili eccessi di "virtualità" paventati sopra. E c’è anche il rischio di difficoltà di gestione, se è vero che il recentissimo New-Metropolis (di cui abbiamo apprezzato l’affascinante disegno architettonico di Renzo Piano che simula una nave inclinata nel mare di Amsterdam), è presto entrato in grave crisi di pubblico e di finanze (vedi l’articolo di Andrea Bandelli sul Sole 24 ore).

Del resto le difficoltà di sopravvivenza di recenti grandi musei vengono segnalate anche in America. Tali musei, infatti, più o meno giganteschi, si configurano come vere industrie che abbisognano di un bacino di utenza forte, di progettazione e di conduzione manageriale. Un teorema che ci viene ripetuto nei vari recenti dibattiti, convegni, fiere e "salons des musées": "La cultura oggi richiede una conduzione manageriale!".

D’accordo, ma noi, forse perché non apparteniamo alla generazione più recente, vorremmo sommessamente aggiungere una postilla: che se è una "fabbrica di cultura", il museo non può vivere di sola managerialità, così come l’uomo non vive di sola organizzazione aziendale, di sola pubblicità e di soli messaggi televisivi.

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