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“Casomai” di Alessandro D’Alatri

Un altro film della perdurante "primavera" del cinema italiano.

Si è parlato di "primavera" del cinema italiano già nella passata stagione (ricordiamo Soldini, Muccino, di Majo...), nel senso di una sua rinascita, con l’uscita dalle angustie di un minimalismo ormai logorato e insufficiente per affacciarsi ad orizzonti più vasti, dove le storie narrate si fanno specchio e metafora di situazioni e problemi oltre un personale chiuso, coinvolgendo l’anima, sentimenti, relazioni, responsabilità individuale, etica, religione; questioni e valori di ampio respiro, in cui ognuno può trovare un’identificazione, un confronto con la ricerca personale propria e con la temperie di questo tempo.

Tale spinta non si è fermata, ma è continuata fiorente nella uscente stagione, con numerosi film (alcuni già sugli schermi, come quelli qui recensiti della Comencini - Il giorno più bello della mia vita -, di Bellocchio, Salvatores, altri in prossimo arrivo) di autori noti e consolidati o di nuova leva e assai interessanti, che propongono ognuno un punto di vista diverso, conforme alla singola personalità, poetica e stile. Il parlare di cose alte, di valori profondi riportati in primo piano, può essere l’opportunità per il nostro cinema a ritornare allo storico ruolo di conunicatore e interprete delle grandi domande collettive che i cambiamenti in corso pongono.

Ricordiamo così, recentemente visto, "Casomai" di Alessandro D’Alatri, il suo quarto film, dopo "Americano rosso", "Senza pelle", "I giardini dell’Eden": tutti accomunati da sobrietà di tocco e visione e da forte senso di realtà, si tratti dell’iter nella sofferenza mentale, o dell’indagine nel periodo della formazione adolescenziale di Gesù, o infine dei percorsi possibili di una giovane coppia normale, nel descrivere il riverbero della scialba quotidianità su stati d’animo e delicati rapporti interpersonali e cogliervi "l’intangibile", come dice il regista.

Anche in "Casomai" si indaga nelle pieghe dell’anima, dei perché dell’amore difficili da identificare e sciogliere, con delicatezza e veridicità, che danno al film un profilo nuovo e intelligente, e da un punto di vista insieme riguardoso e coraggioso, capace di mettere in guardia e di suggerire proposte senza nulla imporre.

Particolare è anche la struttura narrativa di questo film, che, secondo un’abile sceneggiatura, uno dei suoi pregi, pone nella cornice di una cerimonia nuziale in una chiesetta di montagna la storia di un amore, come si svolge comunemente tra i giovani d’oggi, sullo sfondo di una Milano odierna discreta, dinamica e molto autentica; ritmata da un montaggio vivace e suggestivo, divisa in due fasi, ascesi e discesa, dalle inverse tonalità, viva e luminosa nel periodo felice, icastica e oscura quando le cose si inceppano e sbiadiscono, e la sordità intristisce cuori e ménage, alternando abilmente commedia e melodramma, con uno stile veristico e sparso di dettagli palpitanti.

Tommaso (Fabio Volo), art director, e Stefania (Stefania Rocca), truccatrice, entrambi molto bravi e spontanei, come del resto tutto il cast di contorno, si incontrano e si innamorano, si amano e si sposano, aspettano un bambino, gioiosi e disponibili. Poi cadono ombre e silenzi sul loro sorriso, appaiono le difficoltà, i dispiaceri, troppi oneri, incertezze professionali, l’ininterrotto peso della quotidianità e la stanchezza accumulata che escludono altri interessi e allentano la socialità; il prevalere delle contingenze pratiche sulle "cose intangibili" dell’intimo, il defilarsi dell’entourage che li lascia soli e mormora però di lontano, tutto questo acuisce l’isolamento, la caduta del desiderio e della comunicazione. E la coppia si allontana e si disamora, fino al rifiuto del secondo figlio e alla richiesta di separazione.

Nel pieno della crisi e dell’angoscia delle definizioni legali, in modo imprevisto, del tutto surreale, l’incubo è interrotto e si ritorna nella chiesetta dove la cerimonia è in corso, celebrata da un prete insolito, dolce e deciso, spirituale e terreno: la storia era solo immaginata, solo un’ipotesi, secondo i dati statistici la più frequente nella realtà comune, dove dilaga la cultura del "casomai", lasciare cioè sempre una porta aperta per tornare indietro dalle scelte compiute.

Quindi da un lato la cronaca di un matrimonio che si sfalda nel disamore, dove i coniugi, paragonati in una riuscita metafora a due pattinatori che volteggiano in precario equilibrio su un terreno insidioso, sognanti d’amore ma insieme angustiati dall’impegno di una vita, non reggono alle pressioni esterne: seduzioni di felicità artefatta proposta da una pubblicità pervasiva, parole d’ordine che dettano stili di vita inautentici e stranianti, un’esteriorità che zittisce i sentimenti, un consumismo diffusosi ormai dalla sfera materiale a quella delle emozioni, della cultura, dei valori privati del loro vero senso.

Dall’altro lato, D’Alatri dà alle domande poste la sua risposta decisa, attraverso la figura e le parole del parroco (Gennaro Nunziante), che costituiscono il filo conduttore e tematico: il riconoscimento sincero delle mille difficoltà che si oppongono alla coppia, l’indagine onesta sulla tendenza attuale alla reversibilità delle scelte, al rifiuto di impegno e responsabilità, nota pessimistica costante, questa, sotto il tono di commedia, ma anche l’invito a non rinunciare, nonostante tutto, alla fiducia nell’amore reciproco, a cercare il giusto nutrimento per tenere vive le emozioni, comunque e contro le menzognere sollecitazioni pullulanti nella postmodernità.