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Remo Wolf: le opere pittoriche

Si sapeva che Remo Wolf è sempre stato anche pittore, ma la fama e il prestigio nazionale che si è guadagnato come incisore e soprattutto come xilografo (presente alle Biennali veneziane del 1942, 1950, 1954 e 1956) hanno tenuto in ombra quel suo versante creativo. Ed è curioso, ma evidentemente non privo di significato, che solo ora, al compimento del suo novantesimo compleanno, qualcuno decida che è arrivato il tempo di affrontare l’argomento.

Remo Wolf, “Temporale sulle colline” (1970).

Ci ha pensato Renzo Francescotti, con una mostra (aperta a Palazzo Trentini fino al 20 luglio), frutto di un’impegnativa ricerca di materiali molto dispersi. Prima di questa, a fronte di un’intensissima attività espositiva, bisogna andare indietro parecchio, forse addirittura agli anni ‘60 (se le mie verifiche sono giuste) per trovare una personale di Wolf prevalentemente dedicata all’opera pittorica, e precisamente alla mostra tenuta alla galleria Argentario di Trento nel gennaio 1965, con una interessante presentazione di Bruno Passamani. Del resto la mostra di oggi, mirata sul paesaggio, si presenta a sua volta come una tappa, non conclusiva, dell’indagine.

Il percorso, utilmente scandito in quattro sezioni ("Montagne come archetipi", "Paesaggi antropici", "Nature morte nel paesaggio", "Figure nel paesaggio") cui si aggiungono alcuni pastelli e alcune incisioni, dà una misura immediata dell’ampiezza di approcci dell’indagine wolfiana in campo pittorico, del fatto cioè che non si tratta di un’attività in qualche modo episodica e integrativa. Ma soprattutto ci fa capire che non è concettualmente e operativamente subordinata all’incisione. Il Wolf pittore (che, non dimentichiamo, è nato prima dell’incisore) mostra - come ha notato Passamani - di assegnare a questo mezzo compiti distinti, nei quali rivela in maniera diretta, per non dire più intima, certe pieghe complesse della sua personalità, anche se - vorrei aggiungere - con risultati alterni. Si è detto ad esempio, non a torto ma con qualche approssimazione, della vicinanza di Wolf alla sensibilità espressionista. Se ciò è fondato per la grafica (ma nel senso della volontà di intervento, di partecipazione al dramma della vicenda umana, e meno nel senso del trasferimento immediato del tormento e dell’indignazione personale dell’autore), non lo è più nella ricerca pittorica.

Prendiamo il quadro che apre la mostra, "Ombre nel lago" (1953): un’opera tutta di forza interiore, non solo lontana da impostazioni impressioniste e realiste, ma permeata da un senso di sospensione del tempo e di solitudine malinconica che lo allontana dall’esasperazione espressionista per avvicinarlo, piuttosto, a una visione metafisica.

Si tratta dello stesso atteggiamento di "lirismo rude" nel rapporto col paesaggio che si aggira nelle altre opere della sezione "Montagne come archetipi", senza mai coinvolgere la figura umana, e solo marginalmente offrendo indizi della sua presenza. Non è il corrispettivo dipinto della ricerca grafica, neppure nei casi, meno convincenti, in cui il pennello rilegge certi suggerimenti post-cubisti e orfici.

Questi paesaggi inabitati, in cui le nuvole minacciano qualcosa di più di una tempesta atmosferica e hanno lo stesso protagonismo, la stessa presenza forte e simbolica di certe rocce, sottolineata da una scelta cromatica che forza palesemente la percezione naturale, sono stati dell’animo. A differenza della dominante narrativa della xilografia, in cui l’addensarsi di riferimenti, dettagli e simboli e lo stesso infittirsi del segno sono essenziali al racconto e all’espressione dello spirito ironico insieme colto e popolaresco dell’autore, qui la visione è meno congestionata, il dialogo dal tempo storico e dal leggendario che si sposa alla vita quotidiana, va verso regioni più intime, e insieme più cosmiche. Con risultati che, pur senza attingere i livelli molto alti di forza espressiva di certi cicli xilografici (splendidi anche quelli in mostra) offrono, a mio parere, alcuni tra gli esempi più persuasivi della ricerca pittorica di Wolf.

Sono invece proprio le sezioni che sembrerebbero a prima vista più vicine allo spirito della grafica, come le "Nature morte nel paesaggio" e le "Figure nel paesaggio", a lasciare meno convinti. Privato dell’energia e della capacità di orchestrazione del suo segno xilografico, il gusto per la narrazione emblematica, per il gioco enigmatico e l’intervento polemico, paga qui un prezzo talvolta all’urgenza quasi pedagogica della denuncia, come nei vari quadri di contenuto ecologista, in cui emerge una lettura quasi animista della natura violentata. L’uso poi del contrasto cromatico, che potrebbe essere inteso come il sostituto pittorico dell’incisività del segno, non rivela sempre con chiarezza la sua "necessità" espressiva, né raggiunge la forza cui ambirebbe. La stessa figura umana, quando è inserita in una scena troppo densa di elementi, perde di intensità, mentre il racconto perde coesione e pregnanza.

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