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Trapattoni e il catenaccio

I mondiali, il calcio, l'Italia: il vittimismo, l'opportunismo, lo stress, l'incapacità di vivere la vita con gioia e serenità.

La sconfitta dell’Italia al mondiale di Corea è diventata un caso nazionale: giornali e notiziari che aprono con tragici servizi calcistici, mettendo in secondo piano una tragedia vera come il conflitto israeliano-palestinese, gente che impreca contro arbitri e trame occulte della FIFA (la federazione calcistica internazionale), e come ciliegina sulla torta quel galantuomo di Ignazio Larussa che propone un’interrogazione parlamentare sui torti subiti dai nostri eroi miliardari ad opera dei direttori di gara.

Solo Tosatti e pochi altri opinionisti hanno posto l’accento su quello che è il vero problema della nostra nazionale e più in generale del nostro calcio: la onnipresente mentalità difensivistica, il catenaccio, di cui Giuàn Trapattoni da Cusano Milanino rappresenta la punta dell’iceberg. In Italia vige il dogma imprescindibile "prendere un gol meno degli avversari", per cui tutti in difesa, palla lunga a saltare il centrocampo e pedalare. Nel calcio brasiliano, argentino, e in quello spagnolo, il cui campionato è a ragione considerato il più bello del mondo, la regola è invece "fare un gol più degli avversari", e cosa importa che la squadra prenda quattro gol se poi ne segna cinque?

E’ evidente che a livello internazionale non godiamo del favore dei vertici FIFA, ma rimane che contro i non certo irresistibili coreani una nazionale come quella italiana deve stravincere, non aggrapparsi ai comunque evidenti torti arbitrali. Lo stesso giornalista del Corriere Tosatti, peraltro sempre puntuale nell’ analisi delle partite, parla "di anticalcio ed educatori del popolo che irridono al vittimismo italico e ai complotti". In questo caso biasima coloro che accusano allenatore e giocatori, giornalisti e tanti altri, di fare del vittimismo. Il buon Tosatti sbaglia, perché è impossibile negare l’evidenza: qui proprio di vittimismo si tratta. E di incapacità, o meglio di mancanza di coraggio nel saper fare un’analisi corretta dei perché di una sconfitta.

La colpa dell’eliminazione è quindi dovuta per grossa parte al Trap, i cui errori grossolani sono stati mascherati, per sua fortuna, dagli errori, comunque gravi, degli arbitri

Tre sono a mio giudizio gli errori commessi: 1. Innanzitutto le convocazioni sbagliate. Va bene non chiamare Baggio per non irritare "er pupone" Totti (che bamboccione era e bamboccione rimane) , ma vista la perdita per infortunio di Albertini non chiamare centrocampisti dotati oltreché di corsa anche di fosforo (uno per tutti Corini) mi è sembrato stupido. A ciò si poteva in qualche modo rimediare con i giocatori a disposizione. In attacco disponevamo di un’enorme ricchezza di talenti che nessun’altra nazione, Brasile compreso, possedeva.

Trapattoni ha usato i nostri attaccanti col contagocce, umiliandoli in cambi assurdi e, ironia della sorte, siamo stati buttati fuori da un giocatore, Ahn, che in Italia fa la riserva proprio dei nostri goleador.

In una situazione simile, in assenza cioè di validi centrocampisti, si è trovato il Brasile, che però ha risolto il problema in modo opposto al nostro: facendo giocare un buon numero di giocatori offensivi. Ovviamente aumenta il rischio in difesa, ma questa pare l’unica soluzione possibile. Se disponi di ottimi attaccanti, di centrocampisti mediocri e di una difesa in cui se manca un titolare sono dolori, beh, la soluzione mi sembra logica.

2. Avere trasmesso alla squadra la mentalità catenacciara insita nel DNA di Trapattoni, per cui una volta passati in vantaggio, anche con un solo gol di scarto, ci si deve chiudere in difesa e fare le barricate. Fino a qualche anno fa questo tipo di mentalità è stata sicuramente redditizia e il Trap uno degli allenatori più vincenti del calcio italiano, ma adesso, considerando anche che la vittoria vale tre punti, questo atteggiamento sembra fuori posto. Fare catenaccio con squadre come la Corea, il Messico o la Croazia sembra obbiettivamente esagerato. Con formazioni di maggiore spessore, come Brasile, Inghilterra o la stessa Spagna che avremmo dovuto incontrare nei quarti, chissà che formazione sarebbe scesa in campo. Per fortuna nel calcio non si possono ancora schierare due portieri.

3.Troppe le pressioni e gli interessi che ruotano attorno al calcio italiano, per cui i nostri giocatori entrano in campo con un esubero di tensione nervosa. Tutto ciò comporta per loro un dispendio enorme di energie mentali prima della partita, che vengono a mancare nei momenti che contano. E così si protesta alla minima sciocchezza, si vedono fantasmi ovunque e non si cerca di vincere la partita. E’ sintomatico che gli unici quattro giocatori a fare bene in questo mondiale siano stati Cannavaro, Buffon, Del Piero e Tommasi, gente che sa dare il giusto peso alle cose e che scende in campo con l’idea che il calcio rimane se non un gioco almeno spettacolo.

Il Trap invece sembra un esagitato della panchina, con atteggiamenti che sconfinano nel ridicolo. Questo suo modo d’essere è visto in modo bonario, ma in realtà come fa un allenatore ad essere lucido e a trasmettere tranquillità alla squadra se si comporta come un invasato?

Questo clima di tensione esasperata si riflette di conseguenza sulla mentalità di gioco che risulta timorosa e rinunciataria, ed innesca tutta una serie di situazioni negative anche per noi poveri tifosi. Per cui dalla sofferenza per la pressione dell’avversario si passa alla rabbia per un gioco, quello dei nostri, che non c’è, in una escalation di tifo avvelenato.

Vi sarà sicuramente capitato di osservare il tipico tifoso italico mentre guarda la partita: urla, si dispera, impreca in ordine di importanza contro l’arbitro, la sfortuna, talvolta personificata nel Padreterno, gli avversari, l’allenatore e infine contro gli stessi giocatori azzurri che passano nel giro di pochi secondi da campioni a "piedi di ghisa".

Qualche giorno fa ero al bar Rosa per l’incontro Belgio-Brasile. A veder la partita c’erano delle tifose brasiliane con tanto di magliette, bandiere, tamburelli e pargoli al seguito. Tifo gioioso e mai rancoroso, esploso al primo gol del Brasile in un tripudio di danze e musica, complice uno stereo spuntato fuori chissà da dove.

E’ stato più divertente osservare questa piccola "torcida"che la partita stessa e in quel momento mi sarei voluto sentire anch’io un po’ brasiliano. Insomma, altro approccio e altra mentalità, dove al risultato si antepone il bel gioco, la giocata ad effetto, lo spettacolo. Qualche praticone di casa nostra potrebbe subito obbiettare che l’importante è vincere. E’ pur vero , ma ricordiamo che il Brasile, oltreché sfornare virtuosi capaci di danzare col pallone, produce campioni vincenti. Con i suoi quattro titoli mondiali è la squadra che ha vinto di più, mentre a noi non resta che commuoverci per la millesima volta alle immagini di Tardelli che esulta nella finale dell’82.

P. S. Mentre scrivo, il Brasile, quello con la difesa scarsa, il centrocampo inesistente e con un reparto offensivo di fenomeni, ha vinto sull’Inghilterra catenacciara di Erickson.