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Cappuccetto Rosso, il Lupo e il Cacciatore

La favola dei cacciatori “ambientalisti” in una intervista di Mario Rigoni Stern.

Nella favola di Cappuccetto Rosso, anche se molti non se ne sono mai accorti, spetta al cacciatore il ruolo di eroe. La nonna è già nella pancia del lupo quando un cacciatore arriva, uccide la belva feroce, gli apre la pancia con un coltello e salva la povera nonnina. Tutti felici e contenti, salvo il lupo ovviamente.

Sui particolari dei vari passaggi è meglio non soffermarsi o la bella favola si trasforma in una faccenda piuttosto macabra: la nonna sbrindellata, il lupo agonizzante, budella in giro per la piccola casetta, sangue dappertutto. E’ giusto che questi aspetti siano ignorati, altrimenti che favola sarebbe?

Nell’intervista rilasciata qualche giorno fa al Trentino , il bravo scrittore Mario Rigoni Stern, illustrandoci la sua visione del mondo della caccia e dei cacciatori, ha adottato lo stesso stile, ossia ha rimosso tutti gli aspetti sgradevoli e negativi e ci ha raccontato la favola del Buon Cacciatore. Mi rimane il dubbio se, così facendo, egli abbia voluto intrattenerci, quasi stessimo leggendo un suo romanzo, o se, dopo aver tanto narrato, egli stesse ormai confondendo la realtà con la finzione letteraria.

Un bel racconto di guerra (è solo un esempio, sia chiaro, nessuna volontà di paragonare la caccia con la guerra) può destare in noi le emozioni più forti, può addirittura farci immedesimare nei personaggi che combattono ed uccidono, ma guai se, smesso di leggere, dimenticassimo che la guerra, quella reale, non quella immaginifica, altro non è che orrore, morte e violenza.

Tornando all’intervista, rilevo che, nelle parole dello scrittore, tutto quello che fanno i cacciatori è nobile ed " in piena sintonia con la natura". Tanto per cominciare, dobbiamo essere loro grati perché essi hanno ripopolato le nostre belle montagne d’ogni genere di animali. In effetti a questo in precedenza aveva già pensato Dio (o la Natura), ma poi ad un certo punto la maggior parte degli animali è scomparsa. Sul perché di questo antefatto Rigoni Stern non ci illumina, ritenendo che forse essi emigrarono, insieme a tanti trentini, in cerca di luoghi migliori. Silenzio anche sulle nobili motivazioni che avrebbero spinto i cacciatori alla dura opera di ripopolamento: puro altruismo parrebbe, a favore dei tanti frequentatori dei boschi. Silenzio infine, per modestia, sull’origine dei fondi che avrebbero permesso i programmi di reintroduzione: tutti soldi usciti direttamente dalle tasche dei cacciatori.

Parlando di reintroduzioni bisognerebbe poi ricordare tutte quelle illegali, quelle ad esempio che hanno portato i cinghiali dove non dovrebbero esserci, ecc., ecc., ma allora che favola sarebbe mai? Insomma, grazie cacciatori: se non fosse per voi non ci sarebbero più animali: una bella tesi davvero, caro vecchio scrittore.

Ai cacciatori dobbiamo poi essere grati, molto grati, perché senza di loro nel nostro territorio gli animali sarebbero tutti deboli ed ammalati, anzi forse scomparirebbero tutti. Proprio così, signori miei: sono i cacciatori che, sostituendosi di nuovo a Dio (o alla Natura), assicurano il miglioramento delle specie attraverso la cosiddetta "caccia di selezione". In questa parte della favola vediamo i nostri eroi intenti a svolgere quel ruolo che i predatori naturali hanno sempre svolto benissimo, prima di essere fatti scomparire, attenzione non ridotti di numero, proprio eliminati in quanto animali nocivi. Secondo Rigoni Stern è solo l’ignoranza a non far capire la bontà di questo metodo agli ambientalisti: già, la solita ignoranza dei non addetti ai lavori, dove per addetti devono intendersi - sia chiaro - solo i cacciatori. Secondo noi invece (non me ne voglia lo scrittore per l’ardire) la storia della caccia di selezione, da sempre sbandierata come toccasana ed utilizzata astutamente per convincere gli ignari cittadini non schierati che la caccia è un bene, è ancora una bella favola perché travisa la realtà barattando il tutto (la caccia) per una minima parte (la caccia di selezione, appunto). Per stessa ammissione dei dirigenti della Federazione Caccia, la caccia di selezione riguarda così pochi animali che il divieto di caccia al camoscio, a seguito delle note vicende giudiziarie, non li impensierisce affatto, se non dal punto di vista del principio.

E’ esatto: la caccia di selezione riguarda poche specie (gli ungulati) e basse quantità di animali. Tutto il resto è caccia e basta: peccato che da sempre il cacciatore trentino si presenti (e venga presentato) al pubblico come il cacciatore evoluto che fa caccia di selezione, ossia utile.

I numeri degli animali uccisi ogni anno dimostrano esattamente il contrario, altro che qualità al posto della quantità come vuol farci credere Rigoni Stern: per gli uccelli i dati ufficiali (ripeto "ufficiali", non suscettibili di interpretazioni malevole da parte degli ambientalisti) indicano per l’anno 2001 più di 104.000 (centoquattromila !) abbattimenti. Nel totale non sono conteggiati i quasi 11.000 fagiani-pronta-caccia, ossia quei fagiani-polli-da-allevamento liberati la sera ed abbattuti il giorno dopo perché per certi cacciatori non vi è altro modo di portare a casa del bottino. Il dato ufficiale non può ovviamente tenere conto del prelievo nascosto che però non può non esistere (siamo in Italia, quando mai tutto è fatto alla luce del sole?), ma anche ignorando quest’aspetto il numero totale è impressionante, sia in termini relativi che assoluti.

Ecco un tipico ragionamento da non-cacciatore: "Perché ad un così esiguo numero di persone viene concesso di portarsi a casa un così spropositato numero di uccelli? E a me che vado a spasso nel bosco senza cacciare cosa tocca? Un bel ronzio di mosche, mosconi e tafani come canto sostitutivo?"

Signor Rigoni Stern, ci pensi un attimo: il Trentino l’anno scorso si è impoverito per la perdita di oltre 104.000 uccelli che hanno smesso di volare e cantare. Caccia da capanno, uccelli da richiamo, roccolo, caccia a specie di uccelli a rischio… eccoli i tanto "cresciuti" cacciatori trentini ed il loro grandissimo amore per la natura che, stando alle dichiarazioni di questi giorni, solo loro sembrano capire veramente.

Un’ultima osservazione sulle contraddizioni del discorso della caccia di selezione, quella agli ungulati per intenderci. A fine stagione persiste in moltissimi nostri paesi delle valli l’usanza, a mio avviso assai poco educativa, di indire ed organizzare le cosiddette mostre dei trofei. Tutti in fila dunque, grandi e piccini, ad ammirare i risultati più belli della stagione venatoria. Corna, teschi, animali impagliati: ma provenienti da che tipo di animali - viene da domandarsi - visto che chi espone lo fa per farsi bello? Forse da esemplari ammalati, vecchi, deboli, in pessime condizioni, quelli insomma accuratamente selezionati dai cacciatori? Qualcosa non quadra.

Nell’intervista allo scrittore riappare anche la questione del DNA. L’idea, a dire il vero, è venuta prima al presidente Dellai che, reagendo con vigore alla decisione del TAR in merito all’offensivo ricorso PAN-EPPAA, ha spiegato: "La caccia non si può abolire, è nel nostro DNA di trentini". Se fossimo ancora a scuola, il professore di italiano gli appiopperebbe un bel quattro per essere andato fuori tema. Mai neppure nominata l’abolizione della caccia, né nel ricorso ambientalista, né ovviamente nella sentenza dei giudici. Ma tant’è, quando ci si fa prendere dalla foga.

Comunque questa storia del DNA è piuttosto intrigante. Immagino che oltre all’istinto della caccia si possa ritenere che altri nobili istinti siano rimasti nascosti nelle pieghe del misterioso DNA. I nostri antenati, quando incontravano dei loro simili, tanto per non sbagliare, probabilmente li prendevano a randellate e magari si caricavano in spalla le bellezze primitive, brune o bionde non importava. Appellarsi al DNA per giustificare comportamenti innati, come se la sensibilità non andasse mutando nei secoli, rischia di portarci su strade pericolose. Ad ogni buon conto mi attendo un fiorire di ricerche per individuare questo prezioso segmento della doppia elica dove si nasconde l’istinto della caccia. I cacciatori potranno così sperare di correggere prima della nascita questa fastidiosa malattia genetica che colpisce in modo incurabile gli animalisti. A loro volta questi ultimi potranno invece sognare di eliminare l’altrettanto fastidioso istinto della caccia dalla specie dei cacciatori.

In un recente intervento il Pontefice, correggendo in parte un secolare atteggiamento non proprio ambientalista della Chiesa, ha indicato gli animali "come i nostri fratelli minori", invitando l’uomo a comportarsi di conseguenza. Qualche prete-cacciatore locale la pensa diversamente, benedice la statua al cacciatore posta all’interno di un Parco Naturale (!) e ritiene che agli animali faccia bene esser presi a fucilate. La statua mostra il cacciatore circondato da mansueti e fiduciosi animali non ancora "sparati".

Siamo ancora nella favola ed infatti lo scrittore Rigoni Stern condivide ed approva. Ed insiste: siamo noi cacciatori i veri e soli ambientalisti. Sarà, ma qui è difficile seguirlo anche nella favola. Povero Wojtyla, quanto lunga è ancora la strada da percorrere! A breve mi attendo che gli giunga una richiesta di "de-santificazione" (si dirà così?) nei confronti di San Francesco; lui gli animali li amava veramente.