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Perché il MART?

Mauro De Carli

La logica dei profitti ed il mondo degli affari ci ha portati a vivere una realtà che, se per certi versi ci incanta, per altri ci rende enormemente infelici. Gli scompensi e le profonde ingiustizie sono il prezzo che quasi tutti siamo disposti, se non a pagare più o meno direttamente, sicuramente ad accettare come inevitabili tributi. Gli affari - mi si dirà - sono sempre esistiti e fino a qui ce la siamo sempre cavata: vero! La novità dei nostri tempi è però il peso tremendo delle conquiste tecnologiche, di per sé straordinarie ma terribilmente insidiose se usate senza scrupoli in "affari". Il perché è sotto gli occhi di tutti: da che mondo è mondo perché gli affari possano essere tali, non bisogna che ci siano troppi scrupoli. Quello che in qualche modo ci garantiva dal non essere completamente schiavi era, fino a ieri, una certa possibilità (naturalmente mai gratuita, mai facile) di conoscere, di misurarsi con la diversità. Vi era, pur nella difficoltà, la possibilità di contrapporre pensieri ed azioni che non fossero omologabili e magari addirittura estranei al contesto contingente. Misurarsi con l’opposto o col diverso diventava una pratica indispensabile per crescere nel proprio intelletto e soprattutto nel puro piacere intellettuale di misurare le proprie idee con quelle degli altri.

Così era l’accademia di Brera quando vi approdai nel 1962, giovane pivello appena diplomato all’Istituto d’arte; un diploma che mi aveva formato strizzandomi il cervello con una infinità di sciocchezze delle quali (me ne resi subito conto) mi dovetti vergognare per tutta la durata del corso. Quelle "pratiche" che sembravano così importanti, alla prima verifica seria si rivelarono una montagna di stupidaggini sbagliate; ci misi alcuni anni per liberarmene finalmente.

La scelta di proseguire gli studi a Milano era dettata dalla fama che l’allora Accademia di belle arti aveva nel mondo e per l’importanza dei docenti che lì avevano le loro cattedre. Non ricordo se la scelta di frequentare i corsi di scultura di Marini Marini allora fu così decisa e sicura, ma una cosa ricordo certa: sapevo e credevo che l’arte poteva rappresentare una fonte importante e indispensabile al sapere e che c’era in me, forte, la necessità di nutrire il cervello con quella "pratica poetica" che credevo allora (disgraziatamente ancora adesso) indispensabile alla sensibilità del capire. Proprio perché quelli erano gli anni del boom economico si sentiva la necessità, in molti di noi, di tutelare la nostra formazione intellettuale da quello che già allora appariva nel mondo della quotidianità e ancor più nell’ambito delle arti visive, come non solo un crollo inesorabile di valori e riferimenti, ma ancor peggio una assoluta mancanza di logica nei comportamenti. Credo che a tutto questo abbia contribuito fortemente l’atteggiamento del movimento delle contestazioni del ‘68.

Molti anni sono passati da allora e puntualmente ci si trova oggi a vivere un contesto che di quei tempi è l’immancabile conseguenza. Perciò non bisogna meravigliarsi se odierni segnali, quali ad esempio i destini della colossale operazione culturale del MART a Rovereto, sono rivendicati da un pugno di sedicenti imprenditori che puntualmente ci dicono cosa, come e perché bisogna fare affinché la cultura si salvi e diventi "business" paragonandosi senza finta modestia ai grandi mecenati del Rinascimento! Così questa idiozia megalomane del MART trova pronta consegna e l’arte visiva (ammesso che questo termine significhi ancora qualcosa) diventa veicolo di commerci, di piccolo e grandi interessi bottegaioli. Del resto se la garanzia del prodotto deve venire dal produttore stiamo freschi!

In ogni caso, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere alla domanda: perché il MART? Qual è stata la vera ragione per volere un’opera così? Quale ragione logica poteva e può sostenere uno sforzo di tali dimensioni? Tradizioni e precedenti storici e culturali locali non giustificano un tale sforzo e se si pensava di accedere ad acquisizioni clamorose a breve, si sa che gli artisti "storici" sono ormai inavvicinabili e grandi sono le difficoltà a reperirne le opere.

Così anche un attento e raffinato intellettuale come il pittore Emilio Tadini, (che ebbi modo di conoscere personalmente a Monterosso con Alik Cavaliere nel 1963) ci dice, smontando candidamente le mire di grandezza dei sostenitori locali, che illudersi di approntare un museo d’arte di questa portata con ambizioni di guida ispirata di importanza internazionale, come si è sempre sostenuto dalle dichiarazioni dell’attuale dirigenza, è una autentica sciocchezza e che molto meglio sarebbe pensare ad un più realistico museo delle realtà locali. A qualche dirigente del MART gli deve aver preso un coccolone, tant’è che nessuno ha ritenuto di dover dar peso a questa dichiarazione, che è passata sotto uno strategico silenzio. Nemmeno la promessa di una strepitosa inaugurazione ci rassicura sulle possibilità e sul futuro di una simile impresa. Le opere della attuale collezione permanente sono davvero modeste (non parlo dei depositi, che sono assolutamente un’altra cosa). Sono certo che un parco di opere così non sarà in grado di giustificare la movimentazione di grandi masse di visitatori, come del resto non la giustificherà nemmeno l’architettura del contenitore, a mio avviso assai modesta e assolutamente non comparabile, per esempio, col museo di Bilbao in Spagna o alla splendida recente realizzazione dell’auditorium di Roma. Inutile comunque sostenere la discussione sul piano dei valori: la macchina del MART ormai "deve" funzionare, ora ce lo dicono anche le forze economiche; l’imprenditoria roveretana, improvvisamente illuminata, ci mette i soldi, e il linguaggio del danaro, si sa, mette tutti a tacere. Il museo non si chiamerà più museo ma "contenitore" e le opere non saranno più determinanti, si chiameranno "eventi", così nessuno avrà più la chiarezza di sapere dov’è, cosa sta guardando e magari non si chiederà nemmeno più per quale dannata ragione si trovi lì e perché: in un bel minestrone così tutti potranno godere di qualcosa e nessuno romperà più le scatole.

Devo tutta la mia formazione intellettuale ed artistica alla Milano di quegli anni e a quella splendida ed intrigante istituzione che era l’Accademia di Brera di allora. Tutto quello che mi era parso importante, tutto quello che fortunate circostanze e privilegiate conoscenze mi hanno saputo formare con pazienza e fatica, constato che oggi conta zero! Per seguire quegli esempi illuminanti ho dovuto imboccare sentieri tortuosi e quasi sempre lontani da immediate soddisfazioni materiali ma che ad ogni passo compiuto segnavano sempre di più la mia conoscenza, la mia ragionevolezza e la soddisfazione di aver intrapreso la giusta scelta. Persone estranee alla realtà del mondo dell’arte e alle complicate vicende dell’essere mi vogliono ora far credere che quella direzione non era quella giusta, che il mondo al quale si deve aspirare è un unico grande "sistema". Misurarsi con il mestiere, con la capacità di dare alle cose valore ed identità precise cercando disperatamente che nel far questo si trovi quella ragione che non sta nei dogmi o nelle regole ma che più la si sente vera e più essa si nasconde nella relatività e nel mistero dell’essere.

Il mestiere dell’artista è dunque il mestiere dell’essere ed è oggi più che mai necessità vitale; per chi lo pratica è necessario il riferimento oggettivo alla capacità autonoma di indagare. Riprendere quindi la impervia strada della libertà di essere è fondamentale affinché l’artista riconquisti con forza quel ruolo che lo colloca, giocoforza, sempre al limite dei comprovati consensi e in lotta permanente con le miopi logiche della committenza.

Non so quale futuro l’opera, in arte, potrà rivendicare o, ancor peggio, se in arte ci sarà ancora posto per le opere; è comunque certo che l’opera d’arte perde costantemente quel vibrare di contenuti, quel ruolo di verità che ne ha fatto fino ad oggi un sostegno portante nelle necessità di una vita vissuta. Tutto il mio impegno va verso questo povero e misterioso essere che si chiama "umano" per il futuro del quale non posso che sperare nell’unica sua facoltà, quella che lo distingue dal resto del creato, e cioè la riconquista della sua propria dignità di "essere" unico ed irripetibile, se pur granello insignificante di questa immensità che è il creato.

Mauro De Carli, scultore