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Il “Pinocchio” di Benigni

Insistente battage mediatico, eccessive aspettative e conseguenti delusioni: ma il film è poetico e suggestivo.

Più di cento anni sono trascorsi dall’uscita del "Pinocchio" collodiano (1883), eppure è con emozione sempre nuova che ci si riaccosta a questo racconto, che è parte viva della cultura italiana. E’ divenuto un mito, e ognuno vi ha trovato la propria identificazione, ha depositato dentro di sé una propria immagine di Pinocchio. Per questo forse, oltre che per l’insistente battage mediatico, si sono create eccessive aspettative, e quindi delusioni se le immagini non coincidevano, sostenute da certa critica troppo aspra, inadeguata e, parrebbe, pregiudiziale.

Da parte mia, ritengo questa nuova realizzazione filmica poetica, con momenti di alta forza visiva, oltre che attuale, come attuale si può dire il romanzo di per sé: non in senso cronachistico, ma perché mette in scena il conflitto eterno e tormentoso tra principio di piacere e principio di realtà, la contraddizione tra l’istinto infantile, duro a morire, che accoglie tutto ciò che par bello e giocoso senza intuire bruttezze e conseguenze, e d’altro lato il bisogno di riconoscere la realtà quale è, complessa, fatta di regole, diritti e doveri con cui fare i conti. Affrontato, tale conflitto, da Collodi con duplice sguardo, libero e non convenzionale quando immerge Pinocchio nelle sue esperienze, consapevole quando lo fa toccare dalle disgrazie, amandolo, quindi, ma non risparmiandolgli le sofferenze, se finalizzate alla presa di coscienza. Anche il Grillo Parlante allude a questo atteggiamento, di insofferenza per la sua sentenziosità, ma pure di riconoscimento delle sue ragioni, sempre schiacciato, ma sempre redivivo a mettere in guardia il burattino.

Pinocchio riproposto ci spinge, forse, a ripensare l’uomo, a rimetterlo al centro del mondo, con la sua intelligenza e la sua anima, i suoi valori, la fantasia e la libertà, non vittima dell’omologazione imposta subdolamente dal nostro paese dei balocchi, il mondo mediatico, che lo ingoia nel suo vuoto coperto di luccichii, ma artefice in piena coscienza della propria vita.

Non è facile rivisitare un mito, ma permette molte libertà; e Benigni, pur nella aderenza anche illustrativa al testo, ne tralascia il tono triste e a volte cupo di cui Collodi avvolge le atmosfere, riprese, ad esempio, nel noto bel film di Comencini dal taglio realistico e quasi sociologico, e privilegia invece uno sguardo fantastico, che vede la vita come una fiaba. Sì un percorso di formazione, irto di ostacoli ed intemperie, ma mantenuto sempre sui toni del sogno, che impronta le traversie incrociate dallo spensierato monello, che agisce senza riflettere e poi piange per i dispiaceri, fa capricci e dice bugie, sgomento per il naso che cresce, pronuncia promesse e buoni propositi, cancellati alla prima attrattiva, in un’altalena di pentimenti e ricadute. Al tono sognante, in cui si legge il desiderio di dare spazio alla fantasia, contribuisce una suggestiva messa in scena, che si avvale di una splendida scenografia, colori, luci, musica, personaggi sprizzanti vivacità.

La struttura narrativa, dal ritmo scorrevole, ben scandisce le avventure e le disavventure di Pinocchio, tutte già note, l’incontro con Mangiafuoco, col Gatto e La Volpe, con la prigione e Lucignolo, gli interventi della Fata Turchina, il Paese dei Balocchi e la trasformazione in ciuchini, il ventre della balena dove ritrova babbo Geppetto, l’accudimento del padre e il duro lavoro, fino alla trasformazione in ragazzo composto che torna a scuola. L’affabulazione delle peripezie si svolge riservata e intenerita, e, soprattutto, percorsa da quel filo di gaiezza in cui si riconosce la poetica di Benigni, racchiusa già nel prologo, una delle sue invenzioni, quando la Fata Turchina, scesa dalla carrozza trainata da un’ordinata moltitudine di topolini, dice "dare allegria è la cosa più bella che si possa fare al mondo", "un mondo dove si muoia un solo giorno e si viva per sempre felici e contenti", come dirà più avanti il burattino; e ripresa nel finale, quando da Pinocchio divenuto ragazzo, con la sua autentica ricerca di affetti e la voglia vera di recupero, si stacca l’ombra del burattino, ancora discolo, che, spensierata, insegue una farfalla. Fra le invenzioni del regista, ricordiamo anche l’ingresso in scena del pezzo di legno, che si reca solo alla casa di Geppetto, così informe e già così esuberante e irriverente, dopo aver messo a soqquadro tutto il paese con i suoi balzi, le piroette, i disastri che al suo passaggio si verificano tra persone e oggetti, segno di come sarà la creatura che sta nascendo.

La scelta interpretativa, rispetto al personaggio-Pinocchio da parte di Benigni-regista e Benigni-attore, sta dunque proprio nell’allegrezza che da lui, e dal contesto fiabesco, trapela, piuttosto che nell’aspetto "demoniaco, nella vena di piccolo diavolo"; a lui Benigni, pur adulto, presta con garbo il suo corpo, esile e diafano, personaggio danzante e musicale come nel libro, esaltato qui proprio dalla sua recitazione e dal suo modo di usare corpo e voce.

Gli attori tutti costituiscono un cast di vigoroso supporto all’interprete principale, fedele allo spirito della rappresentazione, e compatto pur nella precipuità e originalità delle individuali prestazioni. Per la caratterizzazione dei personaggi, essenziale è l’eccellente colonna sonora, di Nicola Piovani, di incisiva capacità descrittiva e molto ricca di temi, che si rinnovano di continuo secondo i capitoli della storia, adeguandosi ai vari episodi e personaggi, ai nuovi sentimenti .

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