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Il testamento profano di monsieur Marcelin

"Le nouveau testament" di Sacha Guitry, per la regia e interpretazione di giulio Bosetti: un allestimento con rare concessioni al moderno, una metafora del tempo e del declino.

Quest’anno la Stagione appare più unitaria, ricca di rimandi interni; e dopo un De Filippo, un Guitry cade proprio a fagiolo. Solo così possiamo cogliere le molte differenze fra due pièce e, impresa più difficile, ciò che le avvicina. Più che agli antipodi, i loro autori sono l’uno il negativo dell’altro e viceversa.

Giulio Bosetti.

Questione anagrafica? Non solo. La Napoli di fine Ottocento è esuberante come fuochi d’artificio, mentre la Francia anni Trenta è un ghiaccio bollente. Ma a confrontarsi sono popolo e borghesia, due modi di vedere e di essere, e quindi anche di ridere. Le metamorfosi e le beffe di Peppino diventano in Sacha una strisciante ipocrisia. Stesso tema – il rapporto fra verità e menzogna – con la schiettezza che cede all’affettazione, al controllo totale delle emozioni. Nel mondo di Jean Marcelin, la norma invade anche la privacy, ti entra in casa e ti costringe a fingere fino alla morte.

Il testamento, ritrovato per caso dalla moglie e dagli amici, è dunque un’occasione, la rotella fuori posto che ferma l’ingranaggio della società. E se la legge non ha potere sopra gli imprevisti, la vita può finalmente prendere una piega differente grazie a chiarimenti, confessioni, a tutti quegli scheletri che altrimenti sarebbero rimasti nell’armadio. Ma Jean, in realtà, è il più sincero, il solo a non girarci attorno. E’ lui il portavoce di Guitry, messia di una nuova morale in nome del libero amore. Non sbaglia chi vede nel nouveau testament un accenno scherzoso alla Bibbia. Per il resto, come in Wilde, si va avanti ad aforismi, allusioni, silenzi che sfiorano ma non penetrano il problema: armi improprie d’una repressa borghesia. Anche quella di Guitry è un’improvvisazione costruita, compresi quei botta e risposta che Bosetti ha parecchio stemperato. L’opposto di Luigi De Filippo!

Ma i due allestimenti, dicevamo, si muovono su un terreno comune, che va cercato di là da autore, senso o trama. L’esplorazione, innanzitutto, di linguaggi teatrali con rare concessioni al moderno. Il più "distante" è Bosetti, che varia soltanto le luci, più taglienti dell’originale. Splendide le scene sbiadite di Guido Fiorato: metafore del tempo e del declino. La Parigi del ’34 vive un’epoca di transizione in cui "tradire" diverrà forse "voler essere felici". Bosetti e Marina Bonfigli, nella loro misura, non fanno rimpiangere l’affiatatissima coppia Ruggero Ruggeri-Andreina Pagnani, che per prima (nel 1935) portò in Italia "Le nouveau testament". E lo stesso vale per gli altri attori. Chissà se da allora la lezione l’abbiamo davvero imparata, mettendo da parte "la nostra rassegnazione – o la nostra ipocrisia – il nostro rispetto per le leggi e i costumi più convenzionali".

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