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Quando si giocava col legno

I tanti interrogativi che pone una bella mostra sui giocattoli di un secolo fa.

Come si giocava, da bambini, fino ai primi anni Cinquanta del secolo scorso? Non è a tutta intera questa domanda che vuole rispondere la mostra "Aneghe Tàneghe" (Palazzo Trentini, fino all’11 gennaio), ma lasciar intravvedere, attraverso i giocattoli usati soprattutto nella regione alpina, come si esprimeva il senso del gioco in un mondo ancora non toccato dalla modernità.

Come già era successo nella mostra sul Bambinello (vedi Nell'incanto del Bambino Re) ideata e realizzata un anno fa dagli stessi tre sensibili collezionisti, Rosanna Cavallini, Paolo De Carli, Katia Pustilnikov, l’esposizione di oggi evita la pedanteria museografica, unendo alla precisione etnografica tutta una speciale attenzione alla bellezza e all’espressività di questi oggetti. I primi dei quali, non a caso, non sono trastulli infantili, ma strumenti di lavoro o d’uso quotidiano degli adulti - una pialla da falegname, dei bastoni da passeggio, una spola per funi - in cui si è materializzata anche una componente fantastica, quella parte di dimensione infantile che sopravviveva in taluni adulti, non sopraffatti dalla necessità e dalla durezza dell’esistenza: allora, l’impugnatura della pialla prende la forma della coda di un pesce, il suo foro quella di un cuore, il bastone si trasforma in serpente, la spola viene decorata e colorata.

Il legno è la materia regina di questo mondo. In valli come la Val Gardena, che dalle iniziali produzioni familiari evolve poi in vero centro propulsore dell’attività di intaglio del legno, e più avanti della Valle di Fassa (molti degli oggetti in mostra provengono dall’Istituto Culturale Ladino di Vigo di Fassa ) si può dire che tutto il mondo adulto si trova coinvolto nella realizzazione del giocattolo, che si svolge in parallelo con quella delle figure di devozione religiosa e qualche volta - come nel caso di talune figure del presepe - la interseca.

Da un lato, sono le figure degli animali a sollecitare l’immaginazione: cavalli, uccelli, buoi, pecore, farfalle. Ma si può dire che lo specifico degli oggetti destinati ai bambini è soprattutto la possibilità di essere messi in movimento. Che si tratti di burattini a filo (uno dei quali - rivela Rosanna Cavallini - reca sul retro una dedica ad un figlio di 14 anni, sorprendente prolungamento dell’infanzia in un’epoca che si pensava la comprimesse al massimo ), di cavalli a dondolo o a traino, di omini con la manovella, di gallinelle che beccano quando fai ruotare leggermente il piatto su cui poggiano, di orsi che suonano il pianoforte, è tutta una fertile inventiva meccanica per animare le immagini, accrescere la meraviglia, ampliare le loro possibili storie, talvolta provocare una metamorfosi (lo gnomo che diventa uno spauracchio ), e assecondare il bisogno di movimento dei bambini, come avviene, per altro verso, anche con i carretti e gli slittini.

Certo il confronto con la situazione attuale porrebbe domande impegnative, cui la mostra non può e non vuole dare risposte immediate. Dopo la seconda guerra, osserva Rosanna Cavallini, "una generazione uscita dall’incubo della distruzione fu conquistata con facilità da materiali che garantivano notevole resistenza e facilità di manutenzione. La corsa alla modernità ha spezzato alcuni anelli di una catena storica e reso l’uomo orfano, in parte, della tradizione". Tuttavia, di questo passato va soprattutto colto il senso che può perdurare - sembra suggerire la curatrice - quando dice che "l’intento... è stato di mostrare, oltre i giocattoli seriali, quelli eseguiti come dono familiare... in cui è percepibile l’intreccio sentimentale tra gioia esecutiva e affetto parentale,... recupero del piacere del dono vissuto come scambio affettivo".

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