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“Fa’ ch’io rida, buffone”

Il positivo Rigoletto coprodotto dai Teatri di Rovigo, Bolzano, Pisa e dal Centro Santa Chiara di Trento.

Triste condizione, quella di Rigoletto. La natura stessa e gli uomini l’hanno reso vile e scellerato. Il suo corpo stanco e difforme non sopporta più il confronto quotidiano con quello giovane e possente del suo padrone. La sua condizione di giullare di corte gli toglie quell’unica umana consolazione che Dio concede indiscriminatamente a tutti: il pianto. Il preludio orchestrale all’opera non lascia dubbi, pochi essenziali accordi carichi di pathos commentano la tragedia che sta per compiersi sulle spalle di Rigoletto senza lasciare alcuno spiraglio di redenzione.

Uno dei primi titoli che Verdi mise al suo melodramma fu "La maledizione" , e in effetti tutta l’opera si riassume nell’avverarsi di un funesto destino augurato da Monterone, padre adirato ed umiliato, al nostro buffone, padre anch’egli di una figlia, unica gioia e tutta la sua famiglia.

Il colore e la passione che Verdi adopera nel raccontarci queste forti emozioni colpiscono direttamente il nostro cuore e occorre veramente poco per capire da dove nasca la definizione di "opera popolare"che sempre accompagna Rigoletto, Traviata e Trovatore. In questo melodramma non troviamo come protagonista una passionale figura femminile, l’eroina abituale dell’opera romantica, e neppure il tenore ricco di virtù, bensì un uomo che per aspetto e sentimenti ha poco da spartire con un eroe. Il genio di Busseto, portando in musica una storia tratta dal romanzo popolare francese ("Le roi s’amuse" di Victor Hugo), sceglie di affidare ad una voce baritonale i pensieri ed i sentimenti che vuole comunicarci, le cose che ha da dire.

Colori, passione ed anima è quello che è riuscito a darci Stefano Antonucci, bravo e convincente Rigoletto nell’allestimento proposto in seconda serata sabato 23 novembre al Teatro Sociale di Trento. La sua performance non ci ha fatto rimpiangere l’improvvisa indisposizione di Ivan Iverardi, voce baritonale in programma nella replica. Efficace la presenza scenica di Antonucci e capace, la sua voce, di comunicarci ora l’ironia di un giullare ora la rabbia di un uomo, ora il timore di un padre. Tra i cantanti presenti sul palco, ci ha colpito ancora la voce corposa e piena di Francesca Franci nel ruolo di Maddalena, appassionata nel duetto con il fratello Sparafucile nell’intento di salvare il Duca di Mantova, suo giovane corteggiatore, da una morte pattuita.

Ancora, ci sono piaciute le scene e la regia di Stefano Monti. La musica che Verdi compone per il suo melodramma si presenta come un percorso circolare che parte da un tragico preludio dell’orchestra, passa per una tuonante maledizione ed il richiamo timoroso di questa tra un duetto e l’altro, fino ad arrivare al compiersi della stessa. Così il sipario, nella scelta del regista, si apre su di un corpo deforme accasciato a terra in una scena vuota e scura, dove l’unico movimento è quello di alcune mani contratte in pose agghiaccianti che fuoriescono dall’oscurità ed incombono sul povero Rigoletto. Allo stesso modo il sipario del terzo ed ultimo atto si chiude sul corpo del misero buffone ripiegato su quello inerme della figlia morta, mentre dai lati di una scena ormai spoglia riappaiono le grottesche mani maledicenti.

Per quanto riguarda le scenografie, non abbiamo risentito della "ossessione della porta" cui viene fatto riferimento su di una rivista del settore in una recensione dello stesso spettacolo, allestito circa un mese fa a Rovigo. La presenza di numerosi pannelli scorrevoli con relative porte, necessari per rendere l’idea di ambienti separati sulla stessa scena senza ostacolare la visibilità dei relativi personaggi, non ci ha disturbato particolarmente. Forse si è creato un leggero senso di stordimento dato dalla palese finzione di un muro inesistente nella terza scena del primo atto, quando attraverso la porta della dimora di Rigoletto (ovviamente un pannello isolato) quasi s’incrociano il povero padre, attento ad alcuni rumori provenienti dall’esterno, ed il Duca, che entra furtivamente nella corte per incontrare Gilda. Altrove godiamo invece di una ripresa quasi cinematografica. Infatti all’inizio del terzo atto si vede in secondo piano Sparafucile seduto al tavolo della sua osteria mentre in primo piano si spostano sulla scena da sinistra a destra Rigoletto e la figlia, seguiti alle spalle da un pannello mobile che li divide in ogni loro passo dall’ambiente del sicario, fino ad accompagnarli alla porta della dimora. Quasi come una telecamera che riprenda due persone in movimento lungo un muro, illuminando costantemente per tutto il loro percorso le sole due figure e quindi lo sfondo immediato, e lasciando nel buio il resto della scena.

La massiccia presenza di pubblico di ogni età a questo e agli altri appuntamenti della stagione lirica di Trento è senza dubbio la migliore ricompensa per chi ha deciso, tempo addietro, di impegnarsi in un’impresa non facile, quella di creare a Trento una programmazione di opere liriche nel rinnovato teatro cittadino scegliendo la politica della collaborazione con altri teatri provinciali. L’opera che abbiamo ascoltato nasce infatti da una co-produzione del Teatro Sociale di Rovigo, del Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento, del Nuovo Teatro Comunale di Bolzano e del Teatro Verdi di Pisa. L’ottima risposta della città a questi sforzi non può che incitare gli organizzatori ad allestire opere di livello sempre maggiore creando così, col tempo, una tradizione musicale che non può che arricchire la cultura trentina.

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