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“Femme fatale”

Il titolo del film rimanda ad una delle figure più note della storia del cinema, carica di significato e identità, figura tipica delle fantasie erotiche maschili, seduttrice desiderata ma al tempo stigmatizzabile moralmente, perché negativa, quindi fatale e seducente ma minacciosa e temibile.

La dark lady appare come personaggio primario nel noir americano degli anni ‘40-’50, dove tecniche e canoni linguistici di tipo espressionista, una suspence creata non dall’azione violenta ma da un’atmosfera diffusa di instabilità e fatalità, un’intensità espressiva pari alla forza drammaturgica sono comunicative di contenuti di disperazione e ineluttabilità del fato, sconfitta, fragilità interiore sotto cortecce coriacee. Qui la dark lady, ingannatrice, malvagia, pervicace nella pianificazione del male, seduce, trama, agisce, tradisce puramente per avidità, denaro, indipendenza, essendo l’amore sconosciuto al suo arido cuore, e la sessualità, mai esibita, gelida come il fine prepostole; ella viene infine punita dal suo stesso destino.

Fra le prime scene del film di Brian De Palma, vediamo la nuova mdernizzata femme fatale sdraiata a guardare alla TV, nell’attesa del via al colpo grosso, le immagini di Barbara Stanwick, simbolo fulgente del noir classico, in azione in uno dei più attraenti film noir, "La fiamma del peccato" di Billy Wilder, una lezione di stile e contenuti, capace di mantenere alte tensione e partecipazione. Quest’accostamento, e sovrimpressione, di immagini evidenzia quanto tempo sia intercorso e quanto sia cambiato attraverso i decenni l’universo noir, e i modi di fare cinema, con innovazioni e riesami di atmosfere, climax, cifre stilistiche dettate oggi dalle categorie postmoderne.

Il postmoderno cinematografico infatti, e quindi anche questo film, è percorso dall’idea di eclettismo e citazionismo, di far cioè coesistere tutti gli stili in un recupero del passato non in quanto storia ma in quanto immagine, di frantumazione delle narrazioni, di indefinibilità dell’inquadratura che contiene un po’ di tutto, senza ordine. La deformazione del senso di realtà, giocata nel noir classico tra realismo ed espressionismo figurativo, qui è condotta sullo sdoppiamento dei mondi possibili e sul venir meno di ogni confine e definizione, in un fuoco d’artificio in cui inutile è cercare spiegazioni sui destini dell’uomo, sulle verità più profonde. La realtà viene spezzettata e non ricomposta, priva di valore simbolico e indifferente ad ogni comunicazione di senso. A prevalere è una dimensione ludica ed eclatante, e anche lo spettatore partecipa al gioco, ma sul piano della pura emotività visiva. Lo stile e i modi rappresentativi sono rivolti alla seduzione del suo sguardo, e la risposta istintiva è di immersione nel film come in un magma appagante, che esclude comprensione e critica.

L'intreccio di "Femme fatale" vede la bella statuaria Laura Ash coinvolta in un furto di gioielli attuato in modo sensazionale, che, a colpo concluso, tradisce i complici, scappa col bottino, parte per l’America sotto le spoglie di un’altra donna. Sette anni dopo, moglie dell’ambasciatore, ritorna a Parigi dove, fotografata di sorpresa da un paparazzo che pubblica poi la foto mettendola in pericolo, si trova ad affrontare i vecchi complici, che non hanno dimenticato e vogliono vendetta. La resa dei conti pare compiersi, ma la trama si ferma e torna indietro, con la possibilità di cambiare il corso del destino, in un miscuglio di realtà e sogno.

Trattandosi di un regista della bravura di Brian De Palma, il film si avvantaggia del suo tocco d’autore, riconoscibile ed apprezzabile nella composizione delle immagini, nei ralenty prolungati, nell’utilizzo dello split-screen per offrire altri punti di vista, nelle lunghe sequenze senza parole, che danno esiti di perfezione formale, sconfinante però nell’artificiosità. Infatti, al regista pare non interessare che cosa mostrare ma come mostrare, in un labirinto visivo, seduttivo dello sguardo, dove, trascurati contenuti e narrazione, il mostrato è interessante di per sé, nella sofisticazione tecnica, nella cura per la messa in scena, trionfo di virtuosismo e di ricercatezza.

Egli si diletta nel giocare con la macchina da presa e conduce il gioco come e dove gli piace, frammentando gli eventi e rimescolandoli. E lo spettatore, che cerca di tirare i fili della storia e resta spiazzato quando verso l’epilogo ne viene troncato lo sviluppo, con un a ritroso per ricominciare da capo, rinuncia ad un esercizio razionale, si appella invece allo sguardo e si abbandona all’immagine che si impone sul contenuto, al trastullo cinefilo che crea e rimesta situazioni, non per esigenze narrative ma per puro compiacimento formale, il cui senso sta unicamente nelle sue forme.

Ed è proprio in questo addensamento gratuito ed esteriore, scoperto, che impegna e abbaglia gli occhi, che sta il limite del film, incapace di uscire da sè e di dare vere emozioni, perché privo di anima e di calore, carente di empatia e di simboli autentici, nel dedalo, magniloquente ma vuoto, di citazioni, autocitazioni, rivisitazioni.

E non contribuisce a riscaldarlo il cast, anch’esso privo di anima e di cuore, imbalsamato nel ruolo e nelle apparenze: un Antonio Banderas scialbo e quasi impacciato, una dark lady, la modella Rebecca Romijn, finora sconosciuta, dotata di imperiosa bellezza e capacità di esibirla, ma inespressiva e robotica nei gesti e negli sguardi glaciali, anni luce lontana dal fascino arcano delle dark lady del passato.

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