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Alexia Muzà e l’interpretazione pianistica

Una giovanissima pianista greca nella rivisitazione con il pianoforte attuale di opere classiche: lettura filologica o utilizzo delle maggiori prestazioni strumentali?

Domenica 22 dicembre, a pochi giorni dalle festività natalizie, l’Associazione Mozart Italia ha offerto il concerto di Alexia Muzà, giovanissima pianista greca, nell’intimità di una piccola sala all’interno di palazzo Todeschi-Micheli, nobile casa roveretana in cui un Mozart bambino (correva l’anno 1769 e Wolfgang Amadeus aveva 13 anni) tenne la sua prima esibizione all’inizio di un lungo viaggio in Italia. Caso vuole che pure Alexia Muzà di anni ne abbia tredici e che, come il giovane genio salisburghese, manifesti una grande passione per la musica. Certamente ha dimostrato di non avere ancora quella freddezza sul palco e quella maturità espressiva data da anni di attività concertistica o più semplicemente dalle esperienze della vita, ma può considerarsi a buon punto nel lungo cammino di ogni musicista, essendo già in possesso, in così giovane età, di notevoli capacità tecniche e di una buona concentrazione.

La sua performance, che ha seguito di pochi giorni quella del pianista ungherese Andras Schiff, esibitosi alla Sala Filarmonica di Trento per l’ultimo appuntamento della stagione, ci ha fatto a lungo riflettere su di un’annosa querelle musicale riguardante l’interpretazione.

Nel Settecento lo strumentista si cimentava con la tastiera nella prassi improvvisativa, vero protagonista, per le sue doti virtuosistiche, dell’esibizione musicale davanti alla composizione scritta sullo spartito. Ma nel secolo del Romanticismo le cose cambiano, l’opera musicale assurge a mezzo per raggiungere l’Assoluto, portatrice di un sentimento e quindi essenzialmente poesia compiuta da riprodurre fedelmente nell’intenzione dell’autore. Il vero protagonista del concerto non è più dunque l’esecutore, quanto invece la musica per se stessa. Nulla di difficile, se pensiamo che ancora nell’Ottocento molti compositori (Chopin, Liszt) erano pure grandi pianisti, capaci quindi di riprodurre le loro composizioni; ma le cose si complicarono con la progressiva divisione di questi due ruoli (primo fra tutti il caso di Schumann), diventando quindi necessaria quanto a volte ardua la piena comprensione, da parte dell’esecutore, della poetica del compositore.

Arriviamo quindi ai nostri giorni. Siamo nel XXI secolo e Andras Schiff, Alexia Muzà e pure, perché no, un ipotetico Mario Rossi, musicisti con il pianoforte nel cuore, decidono di eseguire le pastose sonorità di Brahms (1833-1897), il Clavicembalo ben temperato di Bach (1686-1750) o le pagine funamboliche di Liszt (1881-1886), le raffinate melodie di Chopin (1810-1849), le gioiose e brillanti sgranature di Mozart (1756-1791) o le drammatiche costruzioni delle ultime sonate di Beethoven (1770-1827), restituendo nuova vita alle più belle pagine della storia della musica.

I nostri tre pianisti possono anche cimentarsi nell’esecuzione di questo vastissimo repertorio pianistico con le migliori disposizioni d’animo nell’interesse della musica, ma il problema interpretativo si pone ancora prima di abbassare un tasto con le dita: lo strumento!

Il pianoforte che oggi noi troviamo nelle sale da concerto di tutto il mondo è equiparabile, in quanto a prestazioni, ad una potente Ferrari, accostamento improponibile per il clavicembalo cinquecentesco, illustre antenato di questo strumento. L’evoluzione del pianoforte, intimamente legata al progressivo cambiamento del linguaggio musicale, ha esaudito le continue richieste di maggior potenza sonora, di un maggior scatto del tasto alla velocità del dito, di un’estensione dal grave all’acuto paragonabile a nessun altro strumento, se non ad un’orchestra, di una precisa risposta dinamica alle intenzioni espressive del musicista.

E qui arriva finalmente il punto interrogativo: è possibile far rinascere senza tradirla una musica a noi non contemporanea su di uno strumento diverso da quello per cui è nata?

La risposta non è così lontana quanto può sembrare e ce l’hanno data Andras Schiff a Trento ed Alexia Muzà a Rovereto.

Il primo ha scelto la via filologica, restituendoci, nell’interpretazione di un concerto bachiano, la sgranatura ‘croccante’ del suono clavicembalistico, e, nell’esecuzione del secondo concerto di Beethoven, le opposte dinamiche e la forza appassionata di un pianoforte che si presentava all’800. Il tutto reso ovviamente tramite la scelta di un preciso timbro pianistico su di uno Steinway del XX secolo.

La seconda, giovane allieva della scuola russa, ha privilegiato le potenzialità dello strumento a noi contemporaneo, rivisitando le Sonate del clavicembalista napoletano Domenico Scarlatti, la Fantasia in re minore di Mozart e la Grande Sonate Pathétique di Beethoven alle luce delle straordinarie capacità espressive di uno Steinway Gran Coda e dell’effetto di risonanze creato dai pedali dello stesso.

Mario Rossi, nostro ipotetico pianista, vorrebbe emozionarsi ed emozionare il pubblico ricreando le eteree sonorità dei Notturni di Chopin e allo stesso modo lasciarsi avvolgere dal suono pastoso delle armonie brahmsiane, ma non ha ancora deciso quale strada interpretativa intraprendere. Per sua e nostra fortuna nessun profeta verrà a dirci dove sta la verità, se nelle scelte di Schiff o nelle intenzioni di Muzà. La questione interpretativa farà ancora riflettere numerose generazioni di musicisti e di attenti ascoltatori, dando ad ognuno la possibilità di sperimentare nuove strade per fare ancora musica, per emozionarsi e per emozionare.

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