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L’Otello secondo Nekrosius

Invenzione scenica, musicalità, esaltazione del sentimento: la tragedia scespiriana della compagnia lituana di Eimundas Nekrosius andata in scena all'Auditorium di Trento.

Alessandro Contino

Era attesa da molti amanti del teatro tragico questa messa in scena dall’Otello scespiriano. Con quest’altra tragedia elisabettiana, il regista lituano Eimuntas Nekrosius e la compagnia del Meno Fortas (La fortezza dell’arte), confermano il loro successo presso il pubblico trentino.

Eimuntas Nekrosius.

Un Otello, secondo Nekrosius, non giovane e visivamente imponente, un vero condottiero, diciamo perfetto. Una Desdemona esile, slanciata, dolce e dalla vocalità un pò astratta, (complice la lingua lituana). Ed è soprattutto intorno a questa coppia che la regia svolge il copione tragico. Un disegno registico che vede spostamenti, inversioni, omissioni, ma non dimentico degli archetipi retorici dei personaggi: il Moro ha dietro di sé l’effigie del demonio secondo il più comune pensiero rinascimentale (ma quest’Otello non è nero, è semplicemente l’altro, il diverso), il demone che trascina nella tempesta dell’abisso marino (l’abisso infernale), l’Amore, il Bene-Desdemona. Iago, il soldato, è la Calunnia, una figura infernale del teatro delle Moralità medievali: colui che aizza la fiamma del sospetto, che distrugge la certezza dell’esistenza del Bene, ovvero, la fedeltà coniugale di Desdemona per Otello. Che però qui vede ridotta la propria potenzialità malefica. Desdemona (il nome è creazione dell’umanista del Cinquecento Giovan Battista Giraldi, da cui Shakespeare trae la fabula, che unisce dis e daimon, "cattivo spirito", o meglio "cattiva sorte") è la vittima della congiura. Quindi bella perché emblematica, quell’ immagine tutta lituana in cui Desdemona si regge forte al braccio del marito, mentre questi la fa dondolare nel vuoto assoluto di un mare, nell’ oscuro vuoto del destino. Invenzione scenica e non di parola, ricca. Invenzione musicale, o meglio, sonora, ricca anch’essa: un pianoforte nelle quinte suona ossessivamente un tema malinconico, poi, accenni orchestrali che ricordano Wagner. Tutto ciò si aggiunge alla già musicale (da qualcuno definita "primitiva") lingua lituana.

Bravi tutti gli attori che ci fanno conoscere il concetto di troupe nordica mostrandoci la differenza con il nostro teatro mattatoriale: non esiste un attore più bravo degli altri, ma attori tutti capaci e semmai inclini a rivestire ruoli diversi. In più, l’attore della Fortezza non è l’attore dalla mimica affettata e retorica. E’ sintetica, a volte minimale, ma espressiva.

Il regista e la compagnia scelgono il fatto d’amore, il lato sentimentale di tutta la vicenda, amplificandolo liricamente: certo pathos non ci viene negato (aumenta la sensazione di assistere a qualcosa di privato che non ci appartiene), in particolare nella scena dell’ultimo dialogo tra Otello e Desdemona. Poi l’angelo muore.

E’ la dannazione. Un finale sempre meno interessante. Scopriamo che questa parte è quella dove gli attori lituani sono più liberi, meno diretti dal regista. Ed è tutto un abbandono ai sentimenti, a scapito dell’invenzione scenica che non offre molto: la carneficina, la parte più violenta, la scena della crudeltà (quella che c’è in Shakespeare), ci viene risparmiata, e il demone Otello, scoperta la verità, suicida esce di scena, ancora una volta.